lunedì 30 dicembre 2019

"Limitless" (2011)

"Limitless" (2011), diretto da Neil Burger e tratto dal romanzo "Territori oscuri" di Alan Glynn, è un incalzante film di fantascienza contemporanea.

 Scheda di "Limitless" su wikipedia.

 Il newyorkese Eddie Morra è il tipico scrittore mancato e divorziato che si ripromette da anni di scrivere un romanzo e nel frattempo vive a scrocco della sua fidanzata, finchè non viene lasciato. Incappando per caso nel suo ex cognato, Eddie assume un farmaco nootropo sperimentale (chiamato NZT-48) che gli aumenta le capacità cognitive, schiarendogli la mente e dandogli consapevolezza istantanea di qualunque ricordo presente nella sua memoria. Eddie completa subito il suo annoso romanzo, e si lancia immancabilmente nel mondo della finanza, attirandosi le ire della mafia russa.

 Basato su un'idea affascinante che è ricorrente nella fantascienza scritta da decenni, e in più armato del prodigioso arsenale visuale dei moderni effetti speciali, questo film fa di tutto per stregare lo spettatore fin dall'inizio, con una regia e una narrazione deliberatamente ipereccitate, per generare una sensazione di sovraccarico sensoriale che faccia vivere allo spettatore un assaggio dello stato alterato e accelerato in cui vive il protagonista della pellicola. Ed effettivamente, il film ci riesce: non dimentichiamo che il regista è lo stesso astuto ruffiano di  The Illusionist, che se ne intende di effetti speciali e narrazione ingannevole e manipolatrice.
 Se non fosse per alcune astute accortezze dei dialoghi (per esempio la frase che precisa che il farmaco NZT funziona meglio se sei già intelligente), il film sarebbe in parte contestabile, già durante la visione: ci sono almeno cinque punti in cu lo spettatore è più intelligente del protagonista e lo precede nel trarre certe ovvie deduzioni (mentre nel film è Morra a trarre sbalorditive deduzioni che lasciano tutti senza parole, partendo da labili indizi). Lo spettatore infatti anticipa che la scorta di NZT si esaurirà, che il farmaco avrà effetti collaterali, che la tasca segreta della giacca è stata svuotata dall'avvocato, che il misterioso concorrente finanziario è a sua volta vittima degli effetti collaterali del farmaco, che la mafia russa rivorrà i soldi prestati.
 Ma se si decide di sorvolare su questi aspetti, stando al gioco della sceneggiatura (che è autoconsapevole, tanto che il protagonista esordisce affermando che deve avere "fatto male i calcoli"), è possibile godersi questo film per quello che è: un'esaltante e scanzonata corsa sulle montagne russe, dove si continua a balzare freneticamente da  un contesto a un altro (fantascienza, azione, brivido, intrigo), passando da una situazione di difficoltà finanziaria a una fisica, ma sempre cercando una via di fuga cerebrale, in un continuo crescendo di esperienze diverse, momenti esaltanti, disorientanti alterazioni sensoriali, promesse ruffiane che si avverano appagantemente.
 Essendo calato in una rutilante New York che ci abbacina con le luci, il divertimento, la moda e il cibo, il film non lesina i luoghi comuni sul ventre molle della città, con i palazzoni popolari in cui si mescolano caoticamente varie etnie, la mafia russa che fa "Stato" a sé, e ovviamente il mondo più sordido di tutti, quello della finanza autoreferenziale.
 Quest'ultimo aspetto è quello in cui il film, solitamente brillante e aggressivamente patinato, si muove prudentemente: la finanza, che pure è un giro di denaro fine a se stesso, in cui sguazzano squali senza pietà, è quasi descritta come un mondo onesto, con multinazionali che si combattono, ma a suon di denaro vero per il controllo di proprietà concrete, e in apparenza agiscono correttamente, per quanto freddamente. Il protagonista, però, pur immergendosi completamente in quel mondo e facendovi un'originale e tempestosa carriera, si mantiene pulito, senza mai speculare sulla pelle degli azionisti, proprio come evita di sporcarsi le mani nello scontro con la mafia  russa: sebbene non venga in alcun modo sottolineato nel film, il protagonista ha un'etica che non vìola mai, quella di non uccidere e non approfittarsi dei più deboli, nonostante la superintelligenza che (come da stereotipo di n-mila produzioni filmiche, romanzesche e fumettistiche precedenti) dovrebbe renderlo del tutto indifferente alla vita e ai diritti degli altri esseri umani, divenuti così inferiori a lui. Ma ciò non accade: Eddie Morra mantiene la propria umanità, ed è proprio questo suo voler fare la cosa giusta, anche senza guadagnarci nulla, a rendercelo istintivamente simpatico, e renderci ancora più gradito l'idealistico finale, in cui finalmente il cattivo finanziere viene smascherato e presentato per il delinquente che è, mentre Eddie diventa addirittura un senatore, e respingendo i tentativi di ricatto e corruzione dello "squalo", promette implicitamente di esercitare il mandato in maniera onesta.
 Troppo ingenuo? Probabilmente sì, ma avevamo accettato la sospensione dell'incredulità e ci eravamo ripromessi di goderci questo film per quella favola moderna e sognatrice che è, dietro la scintillante patina della fantascienza, del thriller e degli incantevoli effetti speciali (uno su tutti, le lettere che piovono letteralmente tutt'intorno a Eddie quando riceve l'ispirazione a scrivere il romanzo).

 La colonna sonora, di Paul Leonard-Morgan, si accoppia perfettamente al film, e con la sua frequente riproposta del tema principale, oltre che con l'uso di brani già esistenti e particolarmente energici, conferma la natura fondamentalmente scanzonata e "leggera" della pellicola: i ritmi a volte travolgenti e a volte onirici, con picchi metallici, complementano e completano i vertiginosi artifici visivi della narrazione, ampliando la sensazione di sovraccarico sensoriale dello spettatore, ma anche in questo caso fermandosi sempre ben prima di sommergerlo veramente (e probabilmente è per questo stesso motivo che il protagonista ogni tanto è "stupido": non solo per esigenze di trama, ma per consolare lo spettatore, facendogli credere di essere comunque quasi alla pari con lui).

 Gli attori, dal mediamente famoso Bradley Cooper all'australiana Abbie Cornish (che sembra una giovane Nicole Kidman) passando per Robert De Niro, danno una prestazione più che digintosa, anche se non particolarmente memorabile: è inevitabile, in un film dove a contare è soprattutto il senso di meraviglia e lo sviluppo di una trama accuratamente progettata intorno agli eventi e al prodigio scientifico estremo.
 Se Bradley Cooper è abbastanza bravo nel passare da scapestrato/annebbiato a brillantone (anche grazie agli effetti speciali che gli illuminano gli occhi di azzurro), Abbie Cornish resta impressa per la sua effettistica e unica esperienza con il farmarco (quando diventa così furba da usare una bambina con pattini da ghiaccio ai piedi come arma contro il suo inseguitore). Robert De Niro è un efficace magnate, in cui si amalgamano i toni contraddittori del padre giusto ma severo e dello "squalo degli affari". Andrew Howard, attore gallese, si esibisce nel ruolo più esagerato e truce del film, quello del rozzo mafioso russo (!) che anche assumendo il farmaco, diventa brillante ma non perde il suo atroce accento russo né il suo amore per le sevizie fisiche.

Se guardate il film in lingua originale, vi divertirete a chiedervi cosa stia dicendo Eddie alla cameriera del ristorante italiano, quando, apparentemente, parla con lei nella sua lingua madre, grazie ai prodigi del farmaco NZT. Chissà se anche i dialoghi di Eddie in cinese, francese e russo sono altrettanto balordi?

mercoledì 25 dicembre 2019

"All Good Things" (2010) - "Love & Secrets"

 "All Good Things" (2010), in Italia "Love & Secrets", diretto da Andrew Jarecki e scritto da Marcus Hinchey, è un dramma criminale basato sulla vita dell'ereditiero Robert Alan Durst, che tra il 1980 e il 2001 si sarebbe macchiato di tre omicidi.

Scheda di "All Good Things" su wikipedia.

 Con Ryan Gosling e Kirsten Dunst a interpretare con bravura i protagonisti, il film inizia promettendo di essere uno psicodramma di qualità: la romantica storia che sboccia tra il ricco ereditiero e la popolana intelligente e studiosa, infatti, mostra venature inquietanti ancor prima di avere inizio; lei, troppo innamorata, non se ne accorge, ma lo spettatore nota immediatamente che lui nasconde una facciata da psicopatico. Col progredire degli eventi, gli indizi aumentano, la tensione cresce, e infine lei si ritrova in trappola, sposata a un rampollo ricchissimo e imprevedibilmente brutale, da cui non può divorziare senza restare povera in canna (la potente famiglia simil-mafiosa di lui gli dà accesso a un vitalizio, ma non gli ha intestato nulla).
 Il regista costruisce il mistero con tre piani narrativi temporalmente sfasati, anticipando così allo spettatore alcunio elementi che acquisiscono significato solo nella seconda parte del film, tra cui un enigmatico travestito che trascina sacchi neri da gettare in un fiume di notte: a non sapere che il film racconta fatti realmente accaduti, lo spettatore ipotizza immediatamente una citazione di "Psyco", e partendo da una premessa sbagliata, ci azzecca.
 Ryan Gosling è abile e convincente nell'interpretare l'indecifrabile ereditiero col suo fardello di un trauma psicologico infantile (vide la madre buttarsi dal tetto di casa, e andò a scuotere il cadavere per tentare di svegliarla) che lo rende disfunzionale nei momenti in cui la sua viziatissima vita incappa in qualche marginale difficoltà che per lui è inconcepibile, e soprattutto riesce a trasmettere il senso di furiosa violenza repressa che imperversa nella mente del suo personaggio, senza mai esplicitarla, dando letteralmente vita alla tensione che permea persino le scene più tranquille della prima parte del film. Kirsten Dunst è altrettanto brava nel delineare il suo commovente personaggio di donna innamorata e piena di sogni, che li vede spegnersi uno a uno, o che permette che siano calpestati nell'inutile tentativo di realizzare almeno quelli più importanti, mentre il cappio le si stringe intorno al collo e la disperazione inespressa cresce.
 Intrigante è anche la ricostruzione della scena newyorkese benestante degli anni 1970 e 1980, dalla moda al divertimento alla dissolutezza, nonchè degli intrecci tra potere economico e politico.
 Purtroppo (o forse no?), il regista deve anche fare attenzione a raccontare la vicenda senza rischiare una causa legale, in quanto Robert Alan Durst è ancora vivo, e sceglie quindi di non mostrare mai le scene di violenza dei crimini di cui Durst è accusato, tranne l'unico caso in cui Durst è stato effettivamente incriminato: solo in questa e in un'altra scena minore, il regista prende nettamente posizione nell'accusare Durst di essere un bugiardo e di aver ucciso scientemente, organizzando le cose per sviare le indagini. Molto più chiaro è invece nel raffigurare l'influenza esercitata dal denaro della famiglia di Durst su senatori e procuratori, che insabbiarono le indagini su Durst.
 L'esigenza di attenersi a un certo rigore cronachistico è ciò che impedisce al regista di indagare a fondo sulla personalità e le ragioni del protagonista, che alla fine risulta dipinto come un essere bipolare, in cui coesistono una gelida spietatezza criminale e una emotività infantile che scaturisce dall'incapace di controllare l'emersione del proprio io violento.
 Ma a mancare maggiormente è il culmine catartico che una storia di fantasia avrebbe obbligatoriamente richiesto: non necessariamente la punizione del malvagio di turno, ma un liberatorio momento di appagante rivelazione e illuminazione che metta a nudo i mostri del suo inconscio, anche dopo aver sancito la sua vittoria.
 E' invece all'insegna dell'ambiguità, nel non mostrare mai nulla di incriminante e di legalmente attaccabile,  che il regista riannoda tutti i fili della trama nel finale, facendoci capire quale sia la sua opinione sul personaggio, ma esitando un po' troppo nell'esplicitarla. Da qui deriva la generale delusione che dà il film, che non solo non riesce a proporre nulla di nuovo in termini di invenzioni narrative e analisi dei personaggi, ma col suo finale rinuncia anche a elargire una conclusione che sia, se non altro, in linea con gli elementi utilizzati a piene mani nella storia, e ormai relegati dallo spettatore al ruolo di stereotipi.

 Curiosamente, proprio questo film finì per condurre alla punizione di Dunst nella vita reale, dandoci quell'epilogo di trionfo della giustizia che molti spettatori avrebbero auspicato: in seguito all'uscita del film, il regista vinse l'ostilità di Durst tanto da riuscire a intervistarlo e produrre su di lui una miniserie, "Jinx" (2015), al termine della quale Durst si fece inconsapevolmente registrare dal proprio microfono (parlando da solo in bagno) mentre borbottava di averli uccisi tutti e tre.

 Il rigore cronachistico compare anche nella regia, volutamente fredda e meccanica, nel seguire i personaggi senza volerli raccontare; fanno eccezione le sequenze iniziali e finali, ricche di scene provenienti da (finti) filmati amatoriali che rappresentano l'innocenza perduta della giovinezza del protagonista.

 In Italia, il titolo non è stato tradotto, ma adattato, in un banalissimo "amore e segreti", scritto però in inglese: il perfetto epitaffio di una popolazione che rincorre affannosamente la terminologia inglese riempiendosene la bocca a ogni occasione, senza però averla studiata nè essere in grado di capirla al di là delle parole più semplici.
 "All Good Things"  è il nome del negozio naturista che il protagonista apre insieme alla moglie, all'insegna di un ingenuo romanticismo che rappresenta la sua componente psicologica non sviluppata, perchè bloccata dal trauma.
 E' anche un simbolo del suo desiderio di una vita semplice, lontana dagli intrighi e giochi di potere dell'impero familiare, il quale rappresenta la vita adulta da lui aborrita (proprio come aborrisce che la moglie voglia avere figli, studiare e laurearsi, agire di testa propria, parlare di se stessa).
 "All good things" è anche parte del detto che si completa con "come to an end", ed è uno degli indizi che mettono in guardia lo spettatore a inizio film.

The Curious Case of Benjamin Button (2008) - "Il curioso caso di Benjamin Button"

 "The Curious Case of Benjamin Button" (2008), in Italia "Il curioso caso di Benjamin Button", diretto da David Fincher, basato sull'omonimo racconto breve del 1922 di Francis Scott Fitzgerald, è un anomalo film in bilico tra il sentimentale e il fantastico.


 Alla fine della Prima Guerra Mondiale, nasce un bambino deforme che, già da neonato, presenta tutte le afflizioni corporee di un invecchiamento e un deteriormento corporeo che lo lasciano a un passo dalla morte. Allevato dalla governante di un ospizio, cresce credendosi un anziano come gli altri ospiti, ma col passare degli anni si rende conto che il suo corpo sta  ringiovanendo, come se fosse sotto l'effetto "simpatico" di un certo orologio della stazione ferroviaria, costruito perchè vada al contrario da un padre afflittto dalla perdita del figlio nella Prima Guerra. "Crescendo" al contrario, Benjamin esperisce la vita attraverso una prospettiva unica, intrecciando il proprio percorso con quello di persone che torneranno sempre da lui, in un modo o nell'altro, facendo sempre quadrare il cerchio della sua vita.
 La vicenda è raccontata dal diario di Benjamin, letto dalla figlia della donna che lui amò più di tutte, la quale giace ora in letto di morte, e sente il bisogno di riannodare l'ultimo filo sciolto della trama che è stata la discreta vita di Benjamin, svelandone la fine e il segreto che ella condivide con lui.

 Romanzo di formazione al contrario, questo film dallo svolgimento molto rilassato e meticoloso riesce a mantenere vivo l'interesse dello spettatore grazie a due elementi fondamentali: l'intrigante idea del personaggio che ringiovanisce col tempo, e il ricorrente cambio di scenario in cui il personaggio matura le proprie esperienze (dall'ospizio di New Orleans al bordello alla nave alla Russia e poi di nuovo a New Orleans e infine, chiudendo il cerchio, ancora all'ospizio).
 La narrazione sceglie un tono rassicurante, almeno in apprenza, evitando di puntare sul dramma in favore di un approccio minimalista e delicato. Il protagonista subisce naturalmente tutte le peripezie della vita e del cambiamento, ma non è ma travolto da grandi passioni, nè da tragedie sconvolgenti, neppure quando perde le persone che ama o la vita che desiderava. Andando oltre questo superficiale livello di lettura, si scopre un filone più amaro e malinconico che è la spina dorsale dell'intera narrazione e che ne spiega il ricorrente tono anticlimatico con cui si smorzano e ammorbidiscono ogni evento traumatico di distacco nella vita di Jeremy: l'allettante idea di ringiovanire col passare del tempo ha un suo prezzo, e implica una giovinezza capovolta in cui si costruiscono relazioni sociali diverse (vivendo in un ospizio, Benjamin è abituato a vedere morire chi gli sta intorno), nonchè una maturità negata in cui si rischia di fare da compagni di giochi ai propri figli, invece che da genitori. Benjamin vive esperienze memorabili, per quanto molto private, ma alla fine scopre di essere stato quasi uno spettatore dellla vita, e di aver ricevuto molto più di ciò che ha dato, da tutte le persone che hanno incrociato il suo cammino, tristemente destinato sempre a perderle, privo com'è della possibilità di invecchiare con loro. E' stata quindi una maledizione, la sua? Oppure è riuscito in ogni caso a vivere pienamente ciò che il caso gli ha assegnato, lasciando comunque una traccia di sè nella storia?
 Il doppio volto narrativo del film emerge anche nel contrasto tra la crudezza dell'arco narrativo del presente (in cui il grande amore di Benjamin sta morendo in ospedale, vecchia e malata) e la tonalità fiabesca del sottile elemento prodigioso (magico?) che connette i momenti cruciali della storia, dall'orologio che va all'indietro fino al colibrì che svolazza in luoghi impossibili, per accompagnare i personaggi nell'aldilà (come se si trattasse di un animale psicopompo). E' comunque un contrasto solo apparente, che si risolve come si è risolta anche la vita di Benjamin, con una struggente nota di malinconico abbandono che è anche promessa di riunione.

Di grande fascino e interesse è anche l'ampia corte di comprimari che entrano ed escono dalla vita di Benjamin, sempre all'insegna di una grande umanità di fondo e di una forte connotazione storico-sociale: dall'anziana che gli insegna a suonare il pianoforte e ad apprezzare i propri cari, alla malinconica moglie di un ministro britannico che diviene sua amante, alla governante dell'ospizio che lo adotta e lo cresce, ai marinai della sua nave, fino al padre che lo ritrova e si fa perdonare per averlo abbandonato.

Può essere considerato epico, un film che sceglie invece deliberatamente una narrazione estremamente intimista concentrata quasi unicamente sulla dimensione privata dei personaggi? Curiosamente, sì: nel ripensare alle innocue peripezie di Benjamin, quasi una formica che tira a campare ai margini del grande fiume della storia, rivivendo tutti i momenti che hanno dato valore alla sua esistenza, ci si accorge di quanto la sua surreale esistanza sia stata, in modo assai atipico, titanica.

 La recitazione di Brad Pitt e Kate Blanchett, che sembrano fare a gara nell'essere il più genuinamente "del Sud degli Stati Uniti" per accento e filosofia di vita, è contenuta e tranquilla, come lo è la regia, ariosa e solenne nel raccontare le piccole vite di questi anonimi personaggi, che attraversano pacatamente la storia prendendo atto dei suoi grandi momenti (come la Seconda Guerra mondiale o l'esplorazione dello spazio), ma sempre da spettatori, preferendo invece la propria dimensione intima e privata.
 La narrazione intreccia le brevi sequenze nel presente a numerosi e corposi flashback di diverse epoche, il che porta a due risultati pregevoli per i quali la pellicola ha giustamente vinto vari premi: il trucco che invecchia (o ringiovanisce) i personaggi in modo strabiliante, e il montaggio, che offre anche alcuni fascinosi momenti sperimentali (la ricostruzione dell'incidente di Parigi, i filmati d'epoca dell'uomo colpito dal fulmine).
 E' da consigliare l'ascolto in lingua originale, fosse solo per il fascino dell'accento del Sud degli Stati Uniti sfoggiato due protagonisti (quello che avrebbe il personaggio di Rogue degli X-Men se la sentissimo parlare).
 Coerentemente con l'ampio respiro storico di regia e narrazione, la colonna sonora del francese Alexandre Desplat è altrettanto grandiosa e orchestrale, ma nello stesso tempo misurata, molto più attenta ad accompagnare ed evocare le sequenze storiche piuttosto che a diventare protagonista.

martedì 10 dicembre 2019

"Vantage Point" (2008) - "Prospettiva di un delitto"

 "Vantage Point" (2008), in Italia "Prospettiva di un delitto", diretto da Pete Travis su soggetto di Barry Levy,  non è certo un giallo come il titolo nostrano lascerebbe credere, ma invece un film d'azione con una costruzione narrativa atipica  e una verniciatura "politica" ed edificante, volenterosamente onesta, ma abbastanza superficiale.


 A Salamanca, in Spagna, il presidente USA interviene a un convegno sulla guerra al terrorismo, ma è oggetto di attentato durante il suo discorso al pubblico nella Plaza Mayor. Tutto ciò accade nei primi minuti di film, sotto gli occhi di una produttrice tv che coordina le riprese per la copertura mediatica dell'evento. Da quel momento, la narrazione si "riavvolge" per cinque volte, ripercorrendo gli eventi secondo l'ottica sempre diversa di vari personaggi: il problematico veterano, agente della sicurezza del presidente USA; il presidente USA stesso; il buon poliziotto spagnolo sotto copertura; il generoso e umano turista statunitense; il terzetto di terroristi a capo dell'operazione.
 Ogni sequenza svela nuovi aspetti dell'attentato, ma soprattutto fa cadere le maschere di doppiogiochisti e infiltrati vari, finchè le fila di tutti i personaggi non si riannodano nel presente e la storia riparte, prendendo un'estenuante piega da film d'azione, con un interminabile inseguimento a colpi di utilitarie europee. In un meccanismo a orologeria ben studiato dal punto di vista drammatico, ma fortemente basato sulle coincidenze dal punto di vista logico, la fragorosa risoluzione è conseguenza indiretta di eventi che proprio l'attentato iniziale ha scatenato.

 Dal punto di vista dell'intrattenimento, questo film funziona molto bene: personaggi con le facce giuste, narrazione serrata, gioco dei flashback che coinvolge per via dei nuovi indizi che vengono progressivamente svelati, linearità narrativa, spettacolarità dell'azione (la devastazione causata dalle esplosioni di due bombe), emozioni che sconvolgono ma che sono mediate da personaggi forti e rassicuranti nel loro nobile eroismo, coinvolgente meccanismo di interconnessioni e incastri, buoni sentimenti, retorica patriottica statunitense camuffata, e la rassicurante promessa che il bene (gli USA) vince sempre sul male (i terroristi).

 Ma il meccanismo "sperimentale" dei flashback multipli, da alcuni paragonato alla tecnica dello storico film "Rashomon" di Akira Kurosawa, spinge anche lo spettatore a riflettere sulla struttura della narrazione, e a notare i difetti non da poco che alla prima visione erano fuggiti alla mente conscia, troppo distratta dal concitato incalzare degli eventi e dalla voglia di dipanare subito la matassa narrativa.
 L'ingerenza delle coincidenze.
 Troppe cose capitano nel momento giusto, nello sviluppo della trama, specialmente nelle scene di inseguimento in cui l'inseguitore di turno viene seminato, ma per puro caso compie sempre la scelta giusta per tornare sulla pista del terrorista.
 La dimensione geografica di Salamanca è incomprensibile: nonostante il labirinto di strade in cui avviene l'inseguimento principale, le automobili come i personaggi appiedati arrivano tutti "al sottopassso dell'autostrada" nello stesso istante utile. O a Salamanca ci sono troppe scorciatoie, oppure tutte le strade portano al sottopasso.
 La fiera degli stereotipi.
 Il nobile presidente USA che decide di non contrattaccare (bombardando un villaggio in Medioriente) ma di dare un segnale di forza con la volontà di pace, non va neanche commentato: gode di meno credibilità che tutte le dette coincidenze messe insieme.
 Il turista nero è un luogo comune vivente: il bonaccione statunitense che, col suo gran cuore, salva tutti quanti; anche se è un anziano in sovrappeso, macina chilometri e chilometri di corsa per arrivare in tempo al sottopasso, senza neppure un doloretto alla milza; anzi, ha ancora il fiato per tuffarsi e salvare la bambina senza la madre.
 La bambina senza la madre, vittima dell'insensata violenza dei terroristi, è il simbolo dell'innocenza violata, parecchio telefonato. Ed è pure l'elemento catartico finale che ferma i malvagi. Un po' troppo.
 Il terzetto di terroristi, tra cui un improbabile doppio agente che ha militato per anni nella sicurezza presidenziale statunitense, è cattivo e basta: il loro scopo è tradire e uccidere perchè la guerra infurii per sempre. E che senso ha?
 Come se non bastasse, questi terroristi sono spietati assassini che sparano, ammazzano, piazzano bombe, torturano. Però frenano se una bambina gli attraversa la strada mentre viaggiano su un'ambulanza con a bordo il loro prigioniero. (Volendo, questo dettaglio, derivante dal brevissimo contatto visivo che il terrorista aveva stabilito con la bambina poche ore prima, in un bar, si riallaccia al generale discorso di riscoperta dell'umanità fondamentale delle persone che questa pellicola sembra portare avanti: anche la produttrice televisiva, cinica e serva del potere, mostra un lato umano quando prende dolorosamente atto della morte della giovane inviata, con cui aveva avuto un diverbio sugli argomenti "politici" e "scomodi" che bisognava omettere dal servizio televisivo).

 Regia e fotografia sono tipicamente da Hollywood: giustamente spettacolari; molto attente a esaltare l'urbanistica della città con ariose inquadrature aeree; maniacali nel descrivere lo spericolato inseguimento automobilistico; attente ai dettagli della narrazione; abili nel descrivere il caos che segue l'attentato e le esplosioni, evidenziando con le diverse scene soggettive quanto uno stesso fatto possa essere oggetto di più interpretazioni ed equivoci. L'ambientazione spagnola è sempre convincente, sebbene Salmanca non sia proprio Salamanca (le scene della piazza sono state girate in Messico).

 Tra gli attori, spicca la presenza di Sigourney Weaver, forse perchè sottoutilizzata. Weaver, come altre celebrità (relative) quali William Hurt e Dennis Quaid, eroga una recitazione onesta e competente, senza possibilità di approfondimento o di grande analisi, come d'altra parte richiede il genere di film in questione (che, lo ripetiamo, non è un giallo, ma un film d'azione con una particolare struttura).

 Il resto degli attori, con la simpatica presenza di Matthew Fox (reso celebre dal telefilm "Lost"), si impegna a fondo, soprattutto nel correre e sparare.

 La locandina, con la sua immagine a mosaico, risulta così suggestiva da promettere molto più di quanto il film riesca a mantenere: il potenziale caleidoscopio di prospettive annunciato dall'immagine composita viene effettivamente messo in scena, ma  in un modo che, in ultima analisi, risulta annacquato e banalizzato: le caratterizzazioni sono deboli e convenzionali; la molteplicità di interpretazioni viene ricondotta a una sola sequenza di azione e "intrigo" assai lineari e convenzionali; il messaggio e la morale edificante sono parecchio manicheistici, proprio come da tipica e dozzinale produzione hollywoodiana che mira al botteghino e deve quindi compiacere un pubblico facilone e semplicistico

giovedì 5 dicembre 2019

"Savages" (2012) - "Le belve"

 "Savages" (2012), in Italia "Le belve", di Oliver Stone, è un appassionato, vitale e sensuale film drammatico, d'azione, romantico e altro ancora, trascinante nella sua aggressiva narrazione e travolgente nella focosità che anima tutti i personaggi.

Scheda di "Savages" su wikipedia

 Nella idilliaca cittadina di Laguna Beach, in California, due giovanotti (un veterano della guerra in Iraq e un fricchettone pacifista e idealista), amici per la pelle, amano la stessa seducente donna, e tutti insieme gestiscono felicemente un'impresa di coltivazione e vendita di marjuana di qualità sopraffina.  Nella loro esistenza da sogno irrompe la violenza spietata e sanguinaria del cartello della droga messicano di Baja, che vuole annettersi la loro impresa. I due giovanotti, però, sanno a loro volta mordere, per via dei legami con altri ex soldati e con un agente della CIA tanto corrotto quanto abile a mantenere duplici rapporti con tutte le fazioni in gioco: ne scaturisce una sanguinolenta spirale di brutalità, inganni, attacchi, contrattacchi, tradimenti, sequestri, cambi si alleanza e ricatti che travolge tutti, mettendo a nudo le loro anime, e sfociando in un doppio epilogo di morte e di vita.

 Crudo, secco, lucido e gelido, "Savages" è un film affascinante nel suo ribollente caos narrativo che mescola ingredienti apparentemente eterogenei, ma cela invece una controllata metodicità creativa, con la quale il regista vuole analizzare il mondo attuale e riflettere sulla sua eterna dualità tra ciò che è e ciò che si vorrebbe che fosse, tra idealismo e pragmaticità, tra speranza e cinismo.
 Carnalità, passionalità, istintualità: è questo il magma primevo di emozioni elementari che motiva e muove tutti i personaggi, anche quando essi si sforzano di rivestirle con la patina della civiltà e della razionalità (memorabile e simbolica è Salma Hayek, quando si strappa la perfetta parrucca della sua "immagine" di madrina del cartello dei narcotrafficanti). Proprio in questa caratteristica sta la chiave di lettura del film: come già detto, sotto lo strato vorticante di intrighi e passioni, apparentemente rimescolati in un marasma informe, si cela una ragionata struttura di simmetrie, specularità e duplicità, che invitano all'analisi della realtà cercando la propria chiave di lettura (non è un caso che, a inizio film, il prosaico ex-soldato Chon spieghi che la droga è l'unica risposta razionale a una realtà impazzita).
 Come le proverbiali medaglie, tutti i personaggi hanno infatti due facce, in forte contrasto tra di loro; allo stesso modo, le due ambientazioni del film (il cupo e sotterraneo Messico di scantinati, celle e torture; la solare e paradisiaca California di spiagge, vegetazione e belle abitazioni) sono le facce di una stessa realtà, indissolubilmente interconnesse, i cui stili di vita così diversi improvvisamente e continuamente si capovolgono nel loro opposto; hanno un bel dire i critici sul presunto manicheismo di Oliver Stone nel raffigurare queste due realtà come contrapposte, perchè la vera intenzione della sua opera è molto diversa e chiara: si tratta di una sintesi dei due mondi, basata sull'idea che uno non può esistere senza l'altro.
 Duplice è anche lo stile registico, che passa dal montaggio frenetico, quasi da videoclip, a momenti di calma in bianco e nero.
 Duplice è il ruolo della notevole Blake Lively: come voce narrante, rivela una saggezza e una visione profonda della vita e dei personaggi; come personaggio della storia, di cui la voce narrante è il monologo interiore proveniente da un prossimo futuro, è invece una sensuale ochetta bionda, viziata e frivola.
 I suoi amanti, Ben e Chon, oltre che essere due grandissimi amici (e forse amanti tra di loro, lascia intendere la sceneggiatura), non solo mostrano connotazioni caratteriali antitetiche (Ben, l'idealista e benefattore, diventa uno spietato "mediatore" col cartello, dopo aver ammazzato una persona per la prima volta), ma formano essi stessi le due facce di una sola medaglia, uniti e contrapposti come sono (pacifico e diplomatico Ben; soldato disincantato e violento Chon).
 L'elenco di duplicità continua con i principali antagonisti: la madrina Elena e il suo scagnozzo Lado del cartello del narcotraffico sono tanto spietati e sanguinari nel trattare i loro affari criminali quanto nel difendere la propria famiglia e i propri valori, per i quali provano un sentimento primordiale che li spinge ad atti estremi (anche di sacrificio personale).
 E duplice è anche e soprattutto il finale del film, che non anticiperemo in questa recensione, ma che conferma in maniera estremamente esplicita la chiave di lettura della dualità (esso può far infuriare chi invece si è fermato allo strato superficiale di quest'opera e si sente quindi preso in giro, credendo che si tratti di una "autoriale" imitazione dell'opera di Quentin Tarantino da parte di un regista che vuole marcare il territorio affermando di essere arrivato per primo).

 Rimarcata sin dal titolo (i "selvaggi" del titolo originale sono infatti questione di prospettiva: per i californiani, la violenza omicida e torturatrice dei narcotrafficanti messicani è roba da selvaggi; per i messicani, i liberi costumi sessuali del terzetto californiano sono roba da selvaggi), l'ambivalenza delle due culture in conflitto è imperniata sulla diversa mentalità di fondo, mai esplicitata, ma sottesa frequentemente nel film tramite immagini ricorrenti.
 Se, da un lato, il terzetto di giovani californiani celebra la vita vivendola in tutta la sua bellezza ed esuberanza, dall'altro i messicani praticano e attuano il culto sudamericano della Santa Muerte, la cui sinistra presenza si dipana per tutto il film nella forma di feticci scheletrici della dea.
 Dalla Wikipedia:  Nuestra Señora de la Santa Muerte, o semplicemente Santa Morte, è una divinità messicana di origini pre-colombiane, con un culto di una decina di milioni di adepti in Messico e nelle altre aree ispanofone dell'America Latina. Deriva dalla dea azteca della morte Mictecacihuatl; è raffigurata come uno scheletro abbigliato nello stile delle donne dell'Europa medievale, come le statue delle sante della religione cattolica.
 Simili icone appaiono più volte nel film: ce n'è una sull'auto dello scagnozzo Lado; c'è un'edicola votiva davanti al parcheggio in cui Chon e Ben consegnano la "merce" agli uomini del cartello; ci sono le maschere usate dai boia messicani del cartello per giustiziare i traditori e i nemici.
 E ci sono infine le maschere indossate brevemente (ma divenute un'icona del film) da Ben e Chon quando decidono di contrattaccare usando gli stessi metodi del cartello: il loro gesto, inutile sotto l'aspetto logico (la loro identità è già nota, e come se non bastasse, i due si smascherano davanti a una telecamera), è però la conferma finale della visione del regista; Ben e Chon adottano la mentalità messicana per reclamare il proprio stile di vita californiano, e si trasformano fisicamente con le maschere, incarnando leteralmente l'intercambabilità delle due culture e rivelandone l'inestricabile unità.
 La cotaminazione funziona anche al contrario: le comunicazioni dal cartello messicano a Chon, in tremendo contrasto con gli agghiaccianti contenuti delle chiamate (dai video di truculente decapitazioni alle immagini delle torture a cui è sottoposta la sfortunata "O"), sono precedute da una gioiosa e giocosa suoneria ("The Elephant Never Forgets" di Jean Jacques Perrey) che diventa il tormentone del film; ogni volta che il ritmo allegro, da luna park, di questa canzone si innesca, i personaggi cadono in un silenzio colmo di terrore, che si trasmette allo spettatore.

 E infatti, coerentemente con la volontà del regista, tutta la colonna sonora è variegata e molteplice, e spazia dalle sonorità latine agli strumenti elettronici, dal sensuale al fracassone, dal reggae al country, dal western al rap, in un continuo incontro tra classico e moderno che riflette il conflitto tra le due culture incapaci di accettare di essere una il riflesso dell'altra. Con  nomi come Bob Dylan, Peter Tosh, Massive Attack, Electric Light Orchestra, Thievery Corporation, John Taverner, e Gustavo Santaolalla, le musiche vanno dalla idilliaca liricità classica ai suoni sporchi, crudi e frenetici del rap ispanico, toccando sempre corde emotive profonde dello spettatore.
 Sul versante degli attori, la già citata doppia prestazione di Blake Lively è rimarchevole soprattutto per la differenza di toni con cui interpreta il suo personaggio (dall'evocativo nome di "O", iniziale mai esplicitata) in due diverse fasi della vita. In particolare, come voce narrante, l'attrice mostra il proprio talento nella maniera più efficace, interpretando i testi senza alcun bisogno di fae affidamento sulla propria avvenenza per convincere lo spettatore.
 I due protagonisti, Taylor Kitsch (Chon) e Aaron Taylor-Johnson (Ben), danno vita in modo competente e convincente a quelli che sulla carta erano lo stereotipo di yin e yang, cioè personaggi schematicamente contrapposti ma inseparabili come possono esserlo un ex soldato e un attivista per i diritti umani; ma, soprattutto, sono naturalmente credibili nello scolpire l'improbabile amicizia che li lega, grazie alla palese sintonia del loro sodalizio, che trapela da ogni scena recitata insieme.
 Benicio  Del Toro è letteralmente spaventoso, nel ruolo di "devoto" padre messicano ancorato ai valori di una volta, inumanamente brutale nel metterli in pratica quando svolge il proprio lavoro di assassino, torturatore e intrallazzatore, con una coerenza che lo rende ancora più alieno, nel suo incarnare una radicata mentalità primitiva, inattaccabile dalla modernità e ferocissima nel volersi preservare a ogni costo.
 Salma Hayek, spietata madrina a capo del cartello della droga, ma anche madre amorevole di una figlia che la respinge insieme al suo stile di vita, delinea una figura intensa, drammatica, quasi da tragedia greca nel suo tormento personale, capace di amare la famiglia fino al sacrificio personale, quanto di assistere imperturbabile alle torture più efferate su chi l'ha tradita.
 John Travolta, tra le celebrità e i protagonisti, è forse il meno convincente, perchè troppo caricaturale nell'incarnare un untuoso e subdolo agente dell'FBI che si lascia corrompere per fare la bella vita: anch'esso personaggio duplice, stretto tra i due fuochi dell'ambizione e delle disgrazie familiari, è coerente col disegno narrativo, ma non riesce a convincerci del tutto di essere un agente federale amareggiato, invece  che un agente immobiliare dalla parlantina zoppicante.
 

mercoledì 27 novembre 2019

"World War Z" (2013)

 "World War Z" (2013), diretto da Mark Foster e basato sul romanzo di Max Brooks, è un film che mescola orrore, fantascienza, dramma, brivido e azione, e ha conseguito un notevole successo di critica e pubblico, grazie all'astuta formula commerciale con cui addomestica l'anarchico e deprimente mito degli zombi, riscrivendolo in un'amichevole chiave avventurosa da videogioco, molto compatibile con l'intrattenimento per famiglie.

Scheda di "World War Z" su wikipedia

 La fattura tecnica del film, professionale e curata nella regia, nella fotografia, nella recitazione, nelle tese musiche orchestrali ed elettroniche di Mark Beltrami, negli effetti speciali usati con sobrietà, nelle grandiose scene di massa, è un biglietto da visita che si accompagna a una narrazione scattante, dove l'azione si sviluppa quasi senza sosta, la suspense è sempre elevata (oppure compare di colpo per annientare i pochi momenti di tregua, che lo spettatore aveva accolto con gioia, invece che annoiarsi), i dialoghi sono di accurata chiarezza, la caratterizzazione è convenzionalmente solida, e soprattutto c'è un senso di partecipazione e immedesimazione che solo la caccia agli "indizi" (in questo caso, atti a capire come fermare l'epidemia) a fianco del protagonista può fornire.

 E' su questo versante che si cela sicuramente uno dei fattori che hanno decretato il successo del film: la sua impostazione palesemente consolatoria, dichiarata sin dal momento in cui Brad Pitt si presenta come protagonista della pellicola. Lo spettatore si sente fortemente rassicurato dal fatto che, per quanto la situazione si faccia sempre più tetra e disperata, l'eroe troverà sicuramente un rimedio l'epidemia degli zombi, non importa da quanti "porti sicuri" debba fuggire rovinosamente dopo che le loro protezioni si sono sfasciate.
 Come in un videogioco di qualità, lo spettatore se la gode un mondo, a saltare da uno scenario di orrore all'altro che sembrano proprio tratti dalle schermate di un'avventura virtuale (Philadelpia, un grattacielo di Newark, una base militare nella Corea del Sud, l'Israele fortificata, l'aereo di linea bielorusso, il centro di ricerca britannico), sapendo che per quanto ogni volta le cose vadano immancabilmente a rotoli sotto l'ondata inarrestabile di morti viventi, il protagonista riuscirà fortunosamente e intelligentemente a uscirne rocambolescamente vivo per il rotto della cuffia, acquisendo ogni volta un nuovo tassello del puzzle che deve ricomporre.

 Tutto quanto è da manuale, negli sviluppi della trama, studiata a tavolino per dare allo spettatore proprio ciò che desidera, in termini di intrattenimento, brivido e trovate risolutorie che lo fanno sentire così simile all'eroe sullo schermo. E' una narrazione gratificante, che solletica l'ego di ognuno di noi, raccontandoci l'illusoria fiaba della certezza di riuscire sempre a spuntarla e a sopravvivere contro qualunque avversità. Che differenza con la terrificante e cupa disperazione senza sbocco delle invasioni di zombi dei film di George Romero, dove l'aspra satira politica è seguita dall'annientamento senza speranza dell'umanità (e dei protagonisti), completamente priva delle capacità e delle risorse per contrastare l'invasione dei morti viventi.

 La visione scientifica della natura dell'epidemia (un misto di rabbia e influenza aviaria che fa il balzo da animali a uomini) contribuisce ulteriormente a confortare lo spettatore, eliminando il deprimente tono di incontrollabilità e incomprensibilità dell'origine soprannaturale degli zombi di Romero ("quando non c'è più spazio all'inferno... i morti camminano sulla Terra"): se è un virus o un'altra forma di infezione, infatti, ci deve essere un modo per fermarlo. Se è opera della natura, può essere compreso, e anche ingannato.

 Neutralizzata quindi la componente orrorifica del concetto di zombi, quella di natura psicologica e metaforica, perchè troppo angosciante e quindi indigesta al pubblico pagante e agli interessi di botteghino, ciò che resta è il puro intrattenimento spensierato, capace comunque di proporre molti momenti di genuina inquietudine per le situazioni disperate che si accavallano e si risolvono secondo uno schema ricorrente.
 Particolarmente memorabile è la rampa di corpi che gli zombi creano per scavalcare le (biblicamente simboliche) mura dell'Israele fortificata, dopo essere stati innescati dall'idiozia del gruppo di zeloti religiosi oltre le mura, i quali sentendosi al sicuro pensano bene di intonare un inutile e fragoroso inno religioso, con tanto di megafoni ad amplificare il suono, e questo nonostante sia chiaro a tutti che gli zombi trovano le loro prede seguendo anche il minimo suono con una determinazione e una pervicacia inarrestabili.

 La prospettiva globale della narrazione, oltre alle sfaccettature geopolitiche (notevole l'idea di come la Corea del Nord ferma l'epidemia con una operazione odontoiatrica di massa), esercita un fascino considerevole, e i consistenti fondi consentono di dare vita a numerose, esaltanti scene di massa ambientate in città di diversi continenti, invase da maree letterali di zombi, visualizzando il classico e sempre apprezzato elemento della fragilità su cui si basa la nostra "civiltà", la cui struttura frana istantaneamente sotto la spinta di una simile emergenza. Paradossalmente, anche questa visione ampia del fenomeno contraddice la soffocante claustrofobia dei film a basso costo di Romero, che si concentra su poche ambientazioni e tiene i personaggi all'oscuro della situazione mondiale, generando così un effetto di sconfortante e opprimente claustrofobia, assai difficile da metabolizzare se si desidera solo intrattenimento spensierato.
 Tra le situazioni da videogioco, quella finale e risolutoria dell'irruzione nell'ala infestata di un centro di ricerca britannico è sicuramente la più scoperta e dichiarata, coi suoi corridoi labirintici, gli zombi che spuntano ovunque, le trovate per distrarli e gli scontri "singoli".
 Come tutto il resto della pellicola, anche il finale si dimostra prevedibile, ma nello stesso tempo desiderabile: non c'è un solo spettatore che non lo abbia intuito e che non segua la vicenda con l'aspettativa di vederlo messo in pratica.
 Le caratterizzazioni da manuale dei personaggi sono l'ulteriore carta vicente del film: eroici guerrieri capaci di altruismo nel nome del bene comune, oppure freddi calcolatori che devono sacrificare le persone e le emozioni sull'altare della sopravvivenza del genere umano, tutti quanti sono però descritti come persone decenti, degne di rispetto e forse anche di ammirazione per la loro fortezza di spirito nel fronteggiare una crisi colossale, e per la competenza e capacità di agire sempre e comunque nel nome dell'umanità, e non per i propri meschini interessi personali (al contrario di ciò che accadrebbe nella realtà, e ancora una volta, si torna alla consolazione dello spettatore con una narrazione generosamente bugiarda).

 Dopo la visione del film, a riconferma della perizia tecnica con cui è stato confezionato, nello spettatore che si alza e si allontana dallo schermo resta impressa ancora a lungo nella mente la sensazione di dover incappare in uno zombi a ogni svolta del corridoio: è il risultato dell'ottima resa visiva degli zombi (in realtà persone infette), dei gemiti che emettono, dei loro movimenti innaturali, della ferocia frenetica con cui progredisce l'infezione nelle persone che vengono morse, dell'ossessività con cui gli zombi si scagliano contro ogni ostacolo o anche nel vuoto pur di agguantare altri esseri umani. E' un orrore di grande realismo, ma nello stesso tempo anche "ripulito" e algido, nettamente omologato per non causare quel livello di repulsione che è tipico dei film di Romero e dei suoi emuli e che finisce per allontanare una certa fetta di pubblico non appassionato.






venerdì 22 novembre 2019

"Looper" (2012) - "Looper - in fuga dal passato"

 "Looper" (2012), in Italia anche "Looper - in fuga dal passato", scritto e diretto da Rian Johnson, è un'efficace, lineare e intrigante rarità nel panorama della fantascienza cinematografica, incentrato sul delicato tema dei viaggi nel tempo.


 Elegantemente realizzato in termini di sceneggiatura, dialoghi, ritmo, regia, musiche e recitazione (di cui parleremo in seguito), questo film spicca soprattutto per l'argomento trattato, la competenza sul tema e il rispetto nei confronti di certi suoi illustri predecessori. In sintesi, un'azzeccata "trappola" per l'appassionato, ma anche per il non-iniziato, che viene condotto alla scoperta delle meraviglie della fantascienza nel più amichevole dei modi.

 Come già osservato per 12 Monkeys Army, un film hollywoodiano di fantascienza ben fatto e incentrato sui viaggi nel tempo è cosa rarissima, perchè i produttori finiscono sempre per rimbecillirne i contenuti e negarne la logica, timorosi che il pubblico sia così ritardato da non riuscire a comprenderlo.
 Naturalmente non esiste una vera logica dei viaggi nel tempo, semplicemente perchè non ci sono riscontri sperimentali (se non a livello quantistico) sul tema e tanto meno le tecnologie necessarie (o anche solo la matematica teorica). Esiste però una enorme produzione letteraria in cui talenti più o meno fini si sono scervellati sulle possibili meccaniche e sulla logica del viaggio nel tempo, e "Looper" ne ha letto le opere e ne fa tesoro, costruendo una trama che parte dal presupposto che il tempo si autocorregga, man mano che un viaggiatore altera il proprio passato, eseguendo aggiustamenti più o meno drastici anche sul corpo e la memoria del viaggiatore, ma concedendogli anche una certa autonomia nell'esistere comunque al di fuori del flusso degli eventi. Quest'ultimo dettaglio è il più importante e difficile da capire: per viaggiare nel tempo, un uomo deve potersi "astrarre" fisicamente dal proprio presente e separare dal flusso temporale: un simile risultato si ottiene solo se il viaggiatore si libera dal vincolo di causa ed effetto; possiamo dire che il viaggiatore è protetto da un campo  probabilistico che garantisce in parte la sua esistenza, anche mentre si trova nel passato, e a prescindere (in parte) dalle alterazioni che apporta alla storia.
 E' un concetto del tutto ipotetico, pura speculazione da appassionati, senza alcun riscontro, ma appaga il desiderio di logica e coerenza di chi ama la fantascienza. E' chiaro, esposto così? Oppure è spaventosamente cervellotico e macchinoso? E che effetto farebbe al pubblico, una simile spiegazione, in un film hollywoodiano?
 Probabilmente il pubblico la ignorerebbe, mentre i produttori terrorizzati farebbero di tutto per tagliarla.
 "Looper" supera brillantemente questo scoglio, eludendo i produttori e mostrando semplicemente gli effetti di questa teoria, lasciando alla fetta di spettatori arguti il piacere di ricostruirla da soli nella propria testa, senza scuotere dal torpore cerebrale il resto  della platea.

 Con un consapevole e dichiarato citazionismo, gli elementi dei paradossi temporali si susseguono con un tono solidamente classico, godendo di un'esposizione tanto succinta quanto efficace: il paradosso della predestinazione che si capovolge, il flusso temporale che si riscrive in base ai mutamenti apportati nel futuro, l'incontro tra il protagonista giovane e il protagonista anziano, le linee temporali divergenti che esistono finchè non si ricongiungono in un nodo (loop) inestricabile, la drammatica ed eroica soluzione finale da "nodo gordiano"... il tutto declinato tramite un Bruce Willis dai ricordi confusi, giunto dal futuro come gli accadeva "12 Monkeys Army", mentre la sua implacabile avanzata per  ammazzare un bambino prima che nel futuro divenga uno spietato capo criminale è quasi l'archetipo della serie cinematografica di "Terminator".

 In modo assai minore, ma comunque riconoscibile, anche Joseph Gordon-Levitt si auto-cita, ma al contrario: interpretando il protagonista Joe, delinea la figura del giovanotto immaturo, insensibile e avido di piacere e immediatezza che poi riproporrà in "Don Jon" (2013).

 Il contesto futuribile della narrazione, che si svolge nel 2044 e riceve visitatori dal 2074, getta nel calderone anche l'elemento delle mutazioni genetiche (una piccola fetta di popolazione nasce con un debole talento telecinetico: in apparenza un elemento per fare "colore fantascientifico", esso è invece fondamentale in termini di trama e risoluzione del mistero principale, dove conferisce alla vicenda un tono vagamente orrorifico (nel filone dei bambini maledetti).
 Ironicamente, il 2044 qui descritto è un futuro divenuto in breve tempo non più credibile. Non solo per il bassissimo livello personale di connessione digitale e di contaminazione cibernetica (rispetto a ciò che già avviene adesso, nel 2019), ma anche e soprattutto per l'assenza dalla narrazione dei crescenti stravolgimenti climatici, con tutte le loro conseguenze sociali e migratorie. E' però un futuro più che credibile in termini di aumento della popolazione povera e della pervasività del crimine organizzato, persino nelle aree rurali statunitensi in cui il film è astutamente ambientato (proprio per giustificare le carenze digitali e cibernetiche di cui sopra).

 Spostandoci a un livello più convenzionale di valutazione della pellicola, "Looper" è un film dalla regia lucida e competente, basato su una scrittura solida, logica e senza sbavature. La narrazione scorre come un meccanismo ben oliato, mentre esplora l'intreccio delle diverse linee temporali, i cronoparadossi e la miscela di disperazione e violenza del presente, mescolando la cerebralità di una fantascienza realistica all'azione e alla violenza grottesca ed esagerata dei "neri" urbani e hard-boiled. E' particolarmente felice e spiazzante la sequenza temporale che riassume gli eventi di una possibile linea temporale in cui Gordon-Levitt invecchia fino a divenire Willis, con un'operazione di trucco ed effetti speciali che ci convince che i due attori siano davvero la stessa persona in diverse epoche: se fino a questo momento il film è stato efficace e coinvolgente in termini di fascino cerebrale dell'affascinante contesto spaziotemporale che illustra con chiarezza, da qui in poi il film diviene invece coinvolgente a livello più viscerale, emotivo e intimo, perchè lo spettatore inizia a identificarsi con entrambi i personaggi, Joe Giovane e Joe Vecchio, comprendendo il punto di vista di entrambi e divenendo incapace di scegliere per chi parteggiare nella loro lotta per salvare ciò che hanno di prezioso nella vita.

 Bruce Willis interpreta quasi se stesso, nel proporre il classico personaggio dell'uomo d'azione (veramente qui un sicario) che è stanco e solo e ha perso tutto, ma non vuole mollare.
 Gordon-Levitt è perfettamente a suo agio nei (soliti) panni del "fighetto" arrogante e scattante, elegante e agile, che si sposta senza fatica dalla vita godereccia dei night-club agli ammazzamenti a comando, dai quartieri della malavita organizzata alla tranquillità della casa in campagna dove lo attende una seducente e volitiva Emily Blunt (impegnata nel solito ruolo della donna vedova con figlioletto, che diventa una tigre per difenderlo, e tira fuori la grinta e fa tutto ciò che farebbe un uomo nel mandare avanti una sterminata coltivazione di granturco da sola).

 Come la fotografia è scrupolosamente corretta e professionale nell'illustrare le periferie urbane decadute e la campagna automatizzata, così anche la colonna sonora si impegna per produrre veloci  musiche tecno-urbane in cui mescola la freddezza "industriale" e certi ritmi vagamente tribali, con cui sottolinea la regressione dell'umanità (nel suo insieme) in questo futuro per nulla distopico.

 La risoluzione narrativa del film merita probabilmente una nota a parte, sfiorando il rischio di rovinare la sorpresa. In essa si mescolano logica, coerenza, eroismo, nobiltà e sacrificio, quando Gordon-Levitt porta immancabilmente alla maturità il proprio personaggio, chiudendo il cerchio ("loop") in tutti i sensi, dalla crescita personale al paradosso temporale, fino alla risoluzione dei destini che incombevano sui comprimari: è letteralmente l'epica fantascientifica, riassunta fulmineamente in un solo, emozionante gesto minimalista.

lunedì 11 novembre 2019

"Southbound" (2016) - "Southbound - Autostrada per l'inferno"

 "Southbound" (2016), in Italia "Southbound - Autostrada per l'inferno", diretto da un gruppo di registi e scritto da diversi sceneggiatori, è un misconosciuto ma eccellente film dell'orrore "d'autore" (anzi, di autori), con una classica struttura apparentemente antologica, in omaggio a storici programmi televisivi come Twilight Zone e Tales From the Cript, corroborata da una ricchezza di livelli di lettura da renderlo un'esperienza totalmente appagante e nettamente da non perdere.

Scheda di "Southbound" su wikipedia.

"The Way Out"
"Siren"
"The Accident"
"Jailbreak"
"The Way In"

 Cinque diversi episodi, ognuno dei quali si conclude innescando il successivo, raccontano fulminanti storie in cui il protagonista si trova in viaggio su una interminabile strada sperduta nel nulla (ma immancabilmente diretta a sud) di un qualche deserto degli Stati Uniti. Gli elementi tipici sono tutti presenti: desolate stazioni di servizio in cui gli indigeni trascorrono fiaccamente una giornata vuota, abitazioni isolate in cui vivono famiglie eccentriche, borghi squallidi dove gente abbrutita trascorre le giornate in bar fatiscenti, personaggi disadattati e loschi che "sanno" cose ignote ai viandanti di passaggio. E, soprattutto, l'emersione improvvisa o la presenza strisciante del soprannaturale, del macabro e del depravato, tutti declinati in maniera sobria e intelligente, persino quando si tratta di scene sanguinolente, di violenza o di mostruosità demoniaca esplicita. Tra gli elementi che si ripetono occasionalmente, in maniera sottile, emerge un filo conduttore, che tocca immancabilmente un passato atto di violenza commesso proprio da uno dei protagonisti

 Ogni regista racconta l'orrore a modo proprio, ma gli stili e il genere orrorifico dei diversi episodi si amalgamano in modo inatteso, e soprattutto incisivo, nella sua secchezza nitida e penetrante. Le  atrocità sono abilmente centellinate (di fatto più sconvolgenti in termini psicologici che visivi) e le singole vicende si concludono con un crescente senso di incompletezza (da dove venivano i personaggi? Cos'è accaduto nel loro passato? Dove sono andati i superstiti? Qual è la natura dei mostri alati che ricorrono in ogni episodio?) che è ciò che instilla il vero orrore nella mente dello spettatore, perchè esso sopravvive ai titoli di coda e resta a tormentarlo sullo sfondo della consapevolezza, proprio come una delle creature fluttuanti che sorvegliano i protagonisti.
 Come capita sempre coi film ben realizzati, infatti, la loro efficacia si rivela dopo la visione, quando ci si ritrova a ponderarne gli elementi notati solo di sfuggita, che magari erano stati liquidati come secondari, ma che dopo la visione complessiva dell'opera acquistano un nuovo significato e valore: "Southbound" fa proprio questo effetto, prima nella ricostruzione delle singole storie dei protagonisti partendo dai pochi indizi sul loro (violento) passato, poi trovando il sibillino filo conduttore che connette tutti gli episodi e fornisce la chiave di lettura complessiva del film, scartando finalmente tutte le ipotesi formulate durante la visione dei singoli episodi.

 Il lavoro di riflessione e ricostruzione è coinvolgente quanto gli episodi del film stesso, perchè ci si ritrova a partecipare sotto una diversa ottica a una serie di vicende in cui ci si era già immedesimati a livello istintivo (come si può non fare il tifo per l'unica delle tre musiciste, ospiti di una accogliente e solitaria coppietta, ad accorgersi che la cena è a base di carne umana, e che la coppietta agisce secondo un sinistro piano?), e questa volta si riesce anche a tirarne le fila, godendo non solo del livello narrativo immediato, ma anche di quello più intellettuale che vi è stato profuso.

 Tecnicamente variegato ma sempre ben diretto, parco nell'uso degli effetti speciali, con una colonna sonora ridotta al minimo e molto d'atmosfera, il film punta su un equilibrato connubio di immagine e dialogo per costruire situazioni che colpiscano sia a livello emotivo primordiale sia a livello intellettivo, mantenendo costanemente i personaggi (e lo spettatore) sul confine tra l'istinto e la ragione, consapevoli che un solo passo falso può costare la vita.

 Gli attori sono tutti ragionevolmente sconosciuti, tanto che in certi casi sono anche regista e sceneggiatore (per esempio, Matt Bettinelli-Olpin), e la sensazione generale che se ne ricava è quella di una produzione indipendente, di nicchia, magari con stanziamenti abbastanza ridotti, ma tenacemente e intelligentemente realizzata, con maggiore attenzione alla qualità e all'aspetto artistico, che non al botteghino.


 Il resto di questo commento è da leggere solo dopo aver visto il film.

 Il vero significato di "Southbound"

 L'ispirazione per la trama viene da "Carnival of Souls" (1964), un film che dentro "Southbound" compare ripetutamente sui televisori, a diretta conferma della vera chiave di lettura del film: l'autostrada e il deserto sono rispettivamente il purgatorio e l'inferno.
 I mostri volanti, che compaiono in ogni episodio, magari anche solo brevemente, sono angeli (o demoni) il cui scopo è tormentare/punire le anime dei peccatori. Per fare ciò, assumono aspetto umano, inscenando le situazioni dei vari episodi, allo scopo di far rivivere all'anima peccatrice una situazione in cui le sia ricordato il suo peccato.
 In certi casi, sembra che alle anime sia data la scelta di comportarsi diversamente, e quindi di pentirsi e redimersi: è probabilmente ciò che accade nell'episodio "The Accident", quando il protagonista decide di fermarsi a soccorrere la donna che ha investito, facendo di tutto per salvarle la vita, e ricevendo un'assoluzione a fine episodio dopo aver patito a sua volta orribilmente.
 In altri casi, le anime sono prigioniere di una possibile ciclicità, come suggeriscono con forza  gli episodi collegati di "The Way In" e "The Way Out": non solo perchè sono collocati a inizio e fine del film, e il secondo episodio fa da prologo al primo, ma anche per l'esplicita scena in cui, fuggendo per la strada, i due protagonisti tornano sempre alla stessa stazione di servizio, finchè uno dei due non decide di affrontare le creature fluttuanti che li inseguono, ma senza essersi pentito degli omicidi commessi.
 A questo luogo metafisico è possibile accedere anche fisicamente: il protagonista di "Jailbreak" arriva fin lì per liberare la sorella, colpevole di aver ucciso i genitori, spara agli angeli/demoni dicendo "Non so se posso uccidervi, ma di certo questo deve farvi un gran male", svela alcuni dei segreti relativi alla facciata di questi luoghi desertici, e infine commette l'errore di abbandonare la strada asfaltata, cadendo nelle mani delle vere anime dannate, quelle dell'inferno che non prevede espiazione, che lo dilaniano.

domenica 3 novembre 2019

'71 (2014)

 '71 (2014), diretto e concepito da Yan Demange con sceneggiatura di Gregory Burke, è un film di guerra ambientato a Belfast, nel 1971, durante il cosiddetto Conflitto Nordirlandese.

 Separato dal proprio plotone durante un'operazione di assistenza alla Polizia nei quartieri dei Cattolici Indipendentisti di Belfast, un giovane soldato inglese viene aggredito dalla folla, e deve poi sopravvivere a una lunga notte di violenza e inganni, durante la quale deve fare i conti anche con le inconfessabili connivenze tra le forze in campo. Gli assassini della Provisional IRA (Irish Republican Army) lo braccano, mentre la britannica MRF (Military Reaction Force) vorrebbe recuperarlo e riportarlo a casa, ma nello stesso tempo deve occultare i propri metodi brutali con cui manipola il conflitto. Sulla strada, civili di entrambe le fazioni cercano di aiutarlo, ma finiscono per pagare tragicamente le loro scelte.

 Eufemisticamente chiamato "the troubles" (i disordini), il conflitto nordirlandese è stato invece una guerra civile che ha insanguinato l'Ulster per alcuni anni, vedendo contrapporsi i cattolici (che volevano riunirsi all'Irlanda) e i protestanti (invece fedeli al Regno Unito). Pur essendo l'ultimo di una lista di autori che se ne sono occupati, il regista Demange lo racconta a modo suo, con una compassata e analitica narrazione a più livelli, che ruotano tutti intorno al simbolico giovane soldato in fuga che viene travolto dalla mostruosità scatenata dai suoi simili.
 Con un tono aspro e duro, ma anche asettico come un documentario storico, il film illustra le dinamiche della guerra civile dell'Ulster, senza mai schierarsi, tenendosi lontano dalle ideologie, descrivendo con agghiacciante schiettezza i crudi fatti, ma soprattutto l'abietto cinismo e il cieco fanatismo ipocrita che animano i capi e gli attivisti di entrambi gli schieramenti.
 Con una cinepresa a mano che insegue il protagonista e si agita forsennatamente, e con una sceneggiatura incalzante che non si ferma neppure davanti alle scene più allucinanti, il film è una vicenda di tensione e azione,  intrisa di un realismo brutale e sporco, con inseguimenti (a piedi), sparatorie, tranelli, bombe artigianali che esplodono quando non devono, e soprattutto personaggi che incarnano le persone comuni; quelle che, nella violenza, restano ferite, sanguinano, soffrono e arrancano.
 Con un'accortezza da esperto tessitore di trame politiche, il film delinea progressivamente, soprattutto in maniera visiva, il divario tra i puri e ingenui (come il tenente Armitage dell'esercito, o l'ufficiale anziano Boyle dell'OIRA) e gli sprezzanti pragmatici che detengono il vero potere (Browning della RMF, e Quinn della PIRA) a costo della morte dei loro stessi seguaci.
 Con una narrazione compatta e solida come le case popolari del quartiere cattolico di Belfast, spesso abbandonate e degradate, ma capaci anche di svelare ambienti interni in cui qualcuno si impegna inutilmente per conservare una traccia di decenza e di umanità, il film trova sempre i momenti giusti per soffermarsi a indagare sulla personalità del protagonista (come quando il soldato si ferma a osservare in silenzio la brutalità della RUC, la polizia protestante, su donne inermi) o a esporre le amare conclusioni personali del regista (l'ex medico militare irlandese che ricuce le ferite del soldato gli spiega che a nessuna delle organizzazioni militari in lotta importa alcunchè della vita dei giovani che manda in campo a combattere, e tanto meno del loro futuro).
 Ed è quest'ultima osservazione la chiave di lettura dell'interno film che riprende e unifica tutte le precedenti, trasformandole in strumenti per giungere a una disincantata e sconsolata analisi della storia umana.
 L'idealismo (incarnato dal fallimentare tenente britannico Armitage) sulla lunga distanza è sempre destinato a fallire.
 Qualche idealista potrà di tanto in tanto ottenere un qualche posto di rilievo, ma sarà sempre una "preda", e finirà per essere stritolato dall'altra categoria umana, i "predatori", cioè gli psicopatici, incapaci di empatia, per i quali contano solo l'appagamento personale, e le cui caratteristiche li porranno sempre in cima alla catena di comando, perpetrando in eterno il ciclo di sfruttamento e sofferenza dei loro simili (ma sono davvero "simili"?).
 Chi nella vita esita ad approfittarsi degli altri, in nome dell'umanità (il "terrorista" della PIRA, Bannon, che per due volte non se la sente di sparare al soldato, e finisce quindi ammazzato da un poliziotto britannico), è destinato a essere sbranato dai suoi stessi simili.
 In guerra, non c'è mai un'ideologia "buona", ma solo interessi contrapposti che manipolano le masse, spingendole a immolarsi in una lotta dove a vincere è il profitto dei potenti.
 Credere di poter cambiare il mondo, o di poter migliorare la vita a qualcuno impegnandosi pubblicamente, è un'illusione; per l'uomo, c'è consolazione e salvezza solo nei propri affetti privati.

 La fattura tecnica del film è coerente con gli obiettivi della narrazione, cui contribuisce con un'ammirevole compattezza di visione e intenti: l'immagine mossa e sporca; la fotografia a volte sgranata come quella degli anni 1970; le architetture desolate e ottusamente brutte dei quartieri popolari di Belfast; la ricostruzione credibile di abbigliamento, accessori e persino la moda dei tagli di capelli di quel periodo; il sonoro aspro; i dialoghi scabri come schegge di vetro; le musiche scarne, opprimenti, più simili a suoni di guerra o di battiti cardiaci che a musica.

 A contribuire al tono verista e spietato del film c'è anche la scelta degli attori, che rafforzano l'impressione costante di assistere a un documentario incentrato su persone reali: sono tutti quanti di solido talento, ma nello stesso tempo sconosciuti, o quasi; e in particolare, alcuni sono considerevolmente e realisticamente brutti, come vuole lo stereotipo sugli abitanti del Regno Unito.
 Barry Keoghan, che interpreta il giovane assassino recalcitrante, compare curiosamente in ruoli simili nel film "Dunnkirk" e nella miniserie tv "Chernobyl",  accomunati a questo film per il tema della ricostruzione della storia recente e il tono sobriamente amaro con cui raccontano le vicende di persone che fanno del loro meglio per essere decenti e sopravvivere. 
 Jack O'Connell, che interpreta il protagonista, è probabilmente il personaggio principale con meno battute del film, e quindi affronta (con notevole successo) l'immane compito di raccontare col solo silenzio lo spaesamento, la paura, la sofferenza, la disperazione, la determinazione e l'umanità del giovane soldato in fuga a Belfast (curiosamente, O'Connel, di padre irlandese, interpreta un personaggio originario, come lui, del Derbyshire). L'intensità di O'Connell è la stessa con cui lo spettatore, man mano che si immerge nella trascinante narrazione, scopre e vive questa tetra parabola dell'esistenza, giungendo alle suddette conclusioni, comuni a tutta l'umanità.
 Nonostante il finale apparentemente positivo, la lucida e sobria amarezza del sincero pessimismo narrativo di questo film si imprime nella mente come sola verità del conflitto nordirlandese. Ma, soprattutto, dopo l'inevitabile riflessione che un film del genere è destinato a ispirare, essa si rivela essere la sola verità nel rapporto tra l'essere umano e la società in cui vive, ogni qualvolta emerga un conflitto di qualche natura. Non c'è speranza per nessuno?

giovedì 31 ottobre 2019

"The Departed" (2006) - "The Departed - Il bene e il male"

 "The Departed" (2006), in Italia "The Departed - Il bene e il male", diretto da Martin Scorsese, è un poliziesco nero che rielabora liberamente il film  asiatico "Internal Affar" (2002) (e la trilogia di cui fa parte).


 In una Boston particolarmente essenziale e quasi anonima, relegata com'è sullo sfondo della vicenda, la malavita irlandese (guidata da un boss dal cognome italiano) infiltra un proprio uomo nella Polizia di Stato, mentre un'unità della stessa Polizia scarta un aspirante poliziotto per poi proporgli comunque di entrare sotto copertura nella malavita irlandese.
 Da qui si sviluppa una narrazione parallela della missione dei due giovani, di come siano sempre sul punto di smascherarsi a vicenda, del loro rapporto con i superiori, siano essi il capitano di Polizia o il boss criminale: come ampiamente sottolineato dalla critica, un tema fondamentale della loro esistenza è la ricerca di una figura paterna che sostituisca quella effettiva, perduta troppo presto.
 La specularità dei quattro personaggi in questione è estremamente evidente, quasi schematica nella sua esposizione, tanto che i due giovani finiscono per amare e condividere la stessa donna, nonchè stabilire legami col "padre" dell'altro, ma non va confusa col fine ultimo della narrazione, il quale è invece riflettere sulla natura dell'essere umano. Il sottotitolo italiano, con cui concorda la critica, sostiene che tale riflessione verte sul "bene" e sul "male" che coesistono nell'uomo e che determinano le scelte e le azioni dei due protagonisti, entrambi costretti a fingersi diversi da ciò che sono, mentre militano tra le fila del nemico.
 Ma, a voler ben guardare, il film non sembra interessato alle categorie di "bene" e di "male", nè tanto meno a discettare sulla loro esistenza: la guerra tra malavita e Polizia è declinata solo in meri termini di legalità e illegalità, e le scelte dei due protagonisti non sono determinate da un'incertezza tra "bene" e "male", quanto dall'esigenza di sopravvivere, di forgiare rapporti umani per rendere sopportabile la vita, e infine di definire la propria identità come persone. E' in questa ottica puramente individualista che i due giovani (le palesi facce della stessa medaglia) mentono, uccidono, tradiscono, scelgono e vivono, in contrapposizione al comportamento ben più astratto dei loro "padri putativi", i quali ormai conducono la loro esistenza in un certo modo perchè quello è il modello che ormai hanno interiorizzato e da cui non sanno più staccarsi, sebbene abbiano perso di vista i motivi per cui lo seguono (questo aspetto è particolarmente sottolineato dal boss malavitoso, che a 70 anni suonati continua a delinquere, a fare sesso trasgressivo in modo meccanico, senza obiettivi per il futuro, ma è anche un informatore dell'FBI per garantirsi la libertà di soddisfare i propri capricci di narcotrafficante, come il suo "figlioccio" gli rinfaccia e come la sua prostituta filosofa gli fa spesso notare). E quindi il vero tema di un film è forse la preponderanza dell'istinto di sopravvivenza dell'essere umano, che fa facilmente strame di secoli di civiltà e religione e strutture sociali e filosofia ed etica, quando sono gli interessi personali a venire intaccati.
 Scritto e diretto in maniera lineare, elegante e sicura, il film  è coinvolgente, trascinante e intrigante, e riesce ad affascinare e a tenere lo spettatore incollato per tutti i suoi 151 minuti, nonostante il tono di fondo nero fino alla disperazione, intriso di un pessimismo che nega ogni redenzione, e non si attenua neppure nel finale con soprese multiple, in cui all'ecatombe di personaggi di ogni lato della barricata fa seguito la morte dell'unico superstite, che in teoria se la sarebbe meritata, ma nella pratica ci ha dimostrato di avere un proprio senso dell'onore e ci è quasi divenuto simpatico, pur nella sua perdizione.

 Involontariamente, il film offre anche qualche momento lieve. Il premio della critica va infatti alla psichiatra della Polizia, la più imbranata, vulnerabile e dilettantesca che sia mai vista: si fa abbindolare e sedurre dall'infiltrato in cinque secondi, si lascia turbare e sedurre dal rabbioso poliziotto sotto copertura, è oggetto di manipolazioni psicologiche da chiunque le rivolga la parola, e non coglie il minimo indizio su niente della personalità di chicchessia. Non ha mai avuto pazienti, prima di questo film? E' uscita dall'università il giorno prima? Se questo è il supporto psicologico che la Polizia del Massachussets dà ai suoi uomini, non c'è da stupirsi che l'organizzazione vada a rotoli.

 Regia, fotografia e sceneggiatura filano di comune accordo, nel raccontare la vicenda con grande perizia e fascino, sia visivamente che in termini di ritmo e dialoghi: considerando il regista coinvolto, è impossibile sollevare lamentele sotto questi aspetti. Il citazionismo colto è all'ordine del giorno, sia esso in senso cinematografico (riferimenti a film di gangster classici come "Little Ceasar", "Scarface") che storico (il boss criminale è basato sulla reale figura del criminale Whitey Bulger, che fu anche un informatore dell'FBI).

 E' un po' diverso il discorso degli attori, dove la coesistenza di così tante celebrità funziona molto bene finchè si parla di Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Mark Wahlberg e Martin Sheen, tutti capaci di delineare con cura il loro personaggio nei due aspetti fondamentali (e cioè introspettivamente e in termini di relazioni con gli altri personaggi). Per Jack Nicholson, notoriamente, questo non vale: i suoi eccessi di protagonismo esasperatamente istrionico, la sua resa fin troppo sopra le righe ed esagerata del laido e squinternato boss criminale, le continue bizzarrie (improvvisate?) quasi in ogni una scena, finiscono per stancare, nonostante regia e montaggio facciano del loro meglio per impedire all'attore di strabordare e di compromettere la logica della narrazione in funzione di un esibizionismo che sfocia sempre nella stessa figura narrativa (il pazzo fuori controllo).
 Non stupisce che Mark Whalberg abbia ricevuto un riconoscimento come attore non protagonista, data l'intensità con cui rende il suo aggressivo e furibondo personaggio secondario del sergente di Polizia, il cui vero ruolo non può essere apprezzato se non alla fine, nel momento in cui la sua piccola parte finalmente acquisisce il senso e lo scopo che merita.

 La colonna sonora utilizza sia brani rock e pop già esistenti sia nuove musiche composte da Howard Shore, rendendo con efficacia l'atmosfera tesa, drammatica e nello stesso tempo piena di energie ribollenti sotto la superficie dei protagonisti: la cifra irlandese di Boston è ottimamente resa da trascinanti brani come "I'm Shipping Up to Boston" dei Dropkick Murphys.

mercoledì 30 ottobre 2019

"Akira" (1988)

 "Akira" (1988), scritto e diretto da Katsuhiro Otomo, è un film fantascientifico d'animazione nipponico dio elevatissima qualità grafica, che ha contribuito in modo decisivo a rendere popolare l'animazione giapponese in tutto l'Occidente. E' l'adattamento di un manga dello stesso Otomo, con trama e finale ampiamente rielaborati.


 Alzi la mano chi tra i miei coetanei non lo pronuncia "Akìra" quando sarebbe da pronunciare "àkìrà", per colpa della pronuncia del nome dell'omonimo personaggio umano del cartone "Devilman" nel doppiaggio italiano dell'epoca.

 Nonostante io non sia mai stato un fan dei protagonisti iniziali (una banda di giovani scapestrati, imbottiti di droghe, senza futuro, senza cultura e senza ambizioni), nonostante abbia detestato sin dall'inizio l'ambiguità con cui il non-protagonista (Kaneda) viene presentato come un eroe motorizzato e iconico quando invece è solo un grandissimo bluff spinto esclusivamente dall'ostinazione, nonostante la stranezza dell'equivoco di chi pensa che Kaneda sia in effetti Akira, nonostante la nausea degli ennesimi "orfani" ("Saint Seiya" docet, dato che tutti e 90 gli orfanelli-guerrieri  iniziali sono figli del vecchio Kido), nel caso di "Akira" basta un piccolo sforzo per vedere oltre questa cortina commerciale con cui l'autore Katsuhiro Otomo si adeguava superficialmente agli stilemi dell'epoca, per poi confezionare una narrazione cyberpunk post-apocalittica che parlava invece del futuro della società in modo adulto.
 La manipolazione genetica senza limiti, la violazione di qualunque confine etico nel nome di Prometeo, l'abuso di potere e responsabilità attuato da una politica sempre più burocratica e miope, la corruzione liberista della politica stessa, il contrasto interno dei poteri fondamentali di uno stato e la conseguente tentazione golpista del potere militare (per cui Otomo qui sembra parteggiare), la spersonalizzazione di una società sempre più sovraffollata dove i reietti vengono gestiti dall'elite dominante tramite l'elemosina del minimo necessario per tenerli in vita senza provare senso di colpa.
 Tutto questo è declinato in un film animato e diretto con una qualità e un impegno e una ricchezza tali da renderlo praticamente senza tempo (persino i telefoni a gettoni, così anacronistici per la nostra linea temporale, in quel loro futuro divergente hanno una logica), ma soprattutto è ampiamente dissimulato in una cornice narrativa che concede un enorme spazio all'azione più frenetica, spostandola dalle trascinanti guerre tra bande di motociclisti dotati di moto ovviamente futuristiche a scene di battaglie telecinetiche e ipertecnologiche, coinvolgendo persino cannoneggiamenti orbitali, e chiudendo infine con la più classica delle mostruosità giapponesi, e cioè lo scontro con un Kaiju come mai se ne erano visti prima in termini di ripugnanza del corpo della creatura e realismo nell'illustrarne l'abominevole proliferare di organi.

 E' sorprendente, rivendendo "Akira" dopo molti anni, scoprire la pervasiva e sottile influenza che ha esercitato su successivi prodotti divenuti a loro volta memorabili. La caduta dei colossali cavi della sfera criogenica contenente Akira, e la sfera stessa che emerge dalle nubi, non sono forse fin troppo simili all'umbilical cable che si contorce in "Neon Genesis Evangelion" (1995), e all'ascesa della Luna Nera di questo stesso universo animato?
 E, ancora più incredibile, ma forse anche forzato: il trono olimpico su cui siede Tetsuo allo stadio, non è singolarmente simile al trono su cui siede il divino Abel in "Saint Seiya: La leggenda dei guerrieri scarlatti" (sempre 1988) poco prima di morire?