domenica 13 ottobre 2019

"Spider-Man: Homecoming (2017)

Nell'Universo Cinematografico Marvel (MCU), il sedicesimo film è dedica all'Uomo Ragno, la cui vicenda viene riavviata (filmicamente parlando) per la seconda volta, proponendoci un Peter Parker e una zia May doppiamente più giovani (al prossimo riavvio avremo lui all'asilo e lei adolescente?).


 "Spider-Man: Homecoming" (2017), diretto da Jon Watts, ha fatto i compiti, ovviamente, e quindi, dopo essere andato faticosamente a ripescare un supercriminale cinematograficamente inedito (e non proprio memorabile) come l'Avvoltoio, imbastisce una onesta e solida trama basata sulla sequenza di "stato di grazia - caduta in disgrazia - redenzione e rinascita", vista un'infinità di volte nei fumetti di qualunque eroe urbano (Daredevil in testa).
 Tutto è narrato con scrupolo e diligenza, e la serietà di certe tematiche viene subitaneamente e implacabilmente alleggerita da siparietti umoristici obbligatori che buttano tutto nel dimenticatoio, facendo ridere spensieratamente il pubblico prima che qualcuno si soffermi a pensare troppo (Adrian Toomes è un piccolo imprenditore che diventa l'Avvoltoio dopo essere stato schiacciato dal dipartimento governativo Damage Control, che manco si degna di rimborsarlo, e le Stark Industries non fanno una piega in merito, anche perchè comunque Toomes poi si dimostra cattivo dentro, e quindi l'Uomo Ragno lo ferma e lo sbatte in prigione; ma che ne è dell'abuso perpetrato da Damage Control? Spiacente, belli, non è roba di cui si occupano i supereroi).
 L'aspetto tecnologico è come sempre estremizzato e futurista, tanto che il nuovo Uomo Ragno è poco più di una versione adolescente di Iron Man, grazie al suo costume integrato con tecnologia sufficiente per fare di tutto: gli autori hanno cura di sottolineare la faccenda del grande potere e delle grandi responsabilità,costringendo Peter Parker a fare da solo e cavarsela con la propria forza e basta (in una scena in cui si libera dalle macerie che è una meticolosa citazione di un classico episodio a fumetti dell'epoca di Stan Lee e Steve Ditko), ma alla fine non resistono all'onda modaiola, e gli restituiscono il suo costume futuristico, pur relegandolo al ruolo di supereroe di quartiere, vicino alla gente comune.
 Curiosamente, il film ignora bellamente il costo di queste celebratissime tecnologie, basate notoriamente su metalli e "terre rare" che vengono estratti devastando l'ambiente e le vite di intere popolazioni del terzo mondo, dove lo sfruttamento delle risorse minerarie coincide con lo sfruttamento più spietato delle esistenze di poveracci che passano la loro breve vita a faticare spaventosamente nelle miniere, salvo poi morire di avvelenamento e malattie correlate. Nello stesso tempo, però, il film si assicura che la maschia guerriera della "social justice" di turno metta in chiaro che l'obelisco di Washington fu costruito da schiavi e non va celebrato: logicamente, costei si indigna e denuncia ciò che è morto e sepolto da secoli, ma dell'ingiustizia degli schiavi moderni non le importa nulla. Sarà mica perchè, senza gli schiavi moderni, la gente come costei, che imperversa su piattaforme informatiche come twitter e tumblr per combattere il patriarcato maschio bianco, non potrebbe godersi il privilegio della sua fichissima tecnologia, dallo smartphone allo smart-qualunque-altra cosa che indossa, e senza la quale non potrebbe vivere? Evidentemente, questa tizia se ne fa una ragione: lo sfruttamento di quei poveretti è un male necessario per garantirle il suo stile di vita, esattamente come ragionavano gli schiavisti di secoli fa. A indignarsi per l'ingiustizia quotidiana in corso sotto il suo naso sprezzante, ci penseranno i suoi discendenti, fra qualche decennio.
 Desolanti e inette ipocrisie modaiole a parte, il film conferma la campagna cancellazionista che è da tempo in corso contro i comprimari irlandesi nei fumetti di supereroi: dopo personaggi come Wally West e Jimmy Olsen, a subire una cancellaazione etnica sono Flash Thompson e Mary Jane Watson (ma costei in modo anagraficamente contorto e cervellotico come le perorazioni dell'avvocato Ghedini Niccolò sugli "utilizzatori finali di prostitute").

 Curiosamente, dopo decenni di fumetti in cui gli "esperti di vendite" della casa editrice lottavano per rimuovere la vergognosa esistenza della continuità (chiamata continuity in Italia per motivi incomprensibili), accusata di spaventare gli inebetiti lettori occasionali, anche questo film del MCU prospera proprio sullo stesso abietto concetto, dato che le sue frenetiche premesse consistono in un convulso riassunto degli eventi del film "The Avengers" del 2012: che è successo agli esperti di cui sopra? E come si spiegano gli editori di fumetti che la gente che va al cinema riesca a tollerare un film contenente riferimenti a un film di cinque anni prima senza alzarsi e abbandonare la sala, dando nel frattempo fuoco alle strutture della sala cinematografica, vandalizzando il botteghino e il bar?

 Ma stavamo parlando di "Spider-Man: Homecoming": come tutti i film dell'Universo Cinematografico Marvel, anche questo è confezionato con cura nella regia, negli effetti speciali, nei dialoghi, nella recitazione, nel realismo urbano di una affollata ed estesa (ma stranamente linda) New York, della magniloquente colonna sonora, eccetera eccetera. Perchè, invece di tutto ciò, mi restino in testa certi "difetti" che sono ristretti a pochi e brevi momenti della narrazione, è questione da considerare.

venerdì 11 ottobre 2019

"Venom" (2018)

 E' possibile realizzare un film sul personaggio Marvel di Venom rinunciando a Peter Parker, all'Uomo Ragno, alle ragnatele per spenzolarsi, al vistoso ragno bianco su torace e schiena, a J.J. Jameson e a tutto l'universo Marvel relativo o quasi?
 Incredibilmente, la risposta è sì.

Scheda di "Venom" su wikipedia

 Pagando lo scotto ormai inevitabile del fardello delle artificiose forzature progressiste che vanno più di di moda (donne che si comportano da uomini perchè non hanno una loro identità, il sessismo capovolto di imporre uomini piagnucolosi ma non si capisce bene come mai loro sì e le donne no, imposizioni di quote etniche calcolate col misurino che implicitamente riducono gli attori etnici a una presenza obbligata, da scritturare a prescindere dal loro talento artistico), il film di "Venom" (2018) ci fa un po' penare nel gettare basi coerenti con caratterizzazioni e sviluppi dei relativi fumetti (declinati sulle serie dell'Uomo Ragno e in infinite altre miniserie e serie regolari), ma infine ci premia con un'abbondanza di sequenze supereroistiche spettacolari e visceralmente gratificanti.

 L'impresa più difficile, naturalmente, è definire un protagonista come Eddie Brock, che nasce fumettisticamente come un perdente e un criminale che poi si "redime" parzialmente, diventando un giustiziere psicopatico: il film dipinge quindi un personaggio caotico, inaffidabile, impulsivo, contraddittorio, pasticcione, a volte codardo, fondamentalmente odioso, ma nello stesso tempo anche umano e giustificabile, perchè guidato da intenti fondamentalmente corretti (il suo sbragato giornalismo investigativo punta a smascherare le mire criminali di un fanatico magnate senza scrupoli che controlla indebitamente la ricerca scientifica, l'informazione, gli studi legali, in pratica tutta la città). Probabilmente nessun attore sarebbe potuto risultare credibile e genuino quanto Tom Hardy, specializzato nel delineare personaggi con più volti, e nell'esaltarne l'umanità con una recitazione sentita e sempre in bilico tra malinconica introspezione e sottile umorismo 
 Per chi conosce il fumetto, digerire un Eddie Brock così addomesticato non è una passeggiata. Per chi non conosca il fumetto, farsi piacere un simile anti-eroe può essere persino più difficile. Ma il film compensa con una generosa e variegata componente narrativa introduttiva, dedicata ai numerosi simbioti in attesa di scatenare ciò che tutti aspettiamo (ed ecco quindi esperimenti orripilanti, cavie umane, una straniante idea fantascientifica di simbioti che vivono o forse viaggiano soltanto su una "cometa", il tema ecologico-ambientale assai realistico ma di cui importa solo al malvagio di turno).
 Giusto per spiazzarci ulteriormente, gli sviluppi un po' paranoici della vicenda (i simbioti sono parassiti con un effetto assai deleterio sugli organismi ospiti) si mescolano a una psicologia non banale dei comprimari, che pongono la solidarietà prima dell'individualismo: la ex fidanzata di Eddie, pur essendo stata tradita, continua a voler aiutare Eddie; il nuovo compagno di lei presta aiuto incondizionatamente a entrambi, senza mai reagire con la territorialità del gorilla che si batte i pugni sul torace (forse sono semplicemente due persone veramente adulte?).

 Quando finalmente Venom si manifesta, lo spettacolo inizia: non c'è una sola scena di battaglia che non sia esaltante (comprese quelle iniziali in cui la creatura si sta ancora adattando a Eddie e si esibisce in stranianti battibecchi), ma l'apice del puro e godurioso divertimento ipercinetico è sicuramente raggiunto prima nella lunga e memorabile sequenza in cui il proto-Venom in motocicletta affronta un esercito di furgoni armati nelle vie della città (compiendo evoluzioni, acrobazie, balzi, capriole, avvitamenti e via sbalordendo, tutti rigorosamente in sella alla moto), e poi naturalmente nell'immancabile scontro finale con un simbiota più grosso, più cattivo e dotato di armamenti venomeschi che rientrano nell'articolazione ragionata della mitologia (pluridecennale) dei simbioti.

 Ne va da sè che anche la psicologia (e la perfetta resa vocale) del simbiota Venom è ottimamente delineata: un misto di brutalità istintiva, astuzia, intelligenza, grottesco umorismo nero e persino umanità. Sì, perchè anche il simbiota (nel suo modo sanguinolento) finisce per prendere qualcosa dalla simbiosi, stabilendo un inatteso e inquietante rapporto non solo con Eddie, ma anche con la sua ex-fidanzata (che risulta gradita a entrambi), cosa che ovviamente in un simile contesto di fusioni corporee e fluidi che permeano gli esseri umani, porta a ogni genere di speculazione per adulti non proprio adatta a un film della Marvel.

 Il rapporto tra Eddie e Venom è ulteriormente approfondito col progredire della loro simbiosi biologica: dalla conflittualità iniziale (Venom vuole controllare totalmente il proprio ospite, sia a livello fisico che mentale), si passa a una mediazione (Venom trova Eddie simpatico, Eddie lo influenza con i concetti di bene e male e gli fa capire la bellezza della Terra) cui fa seguito una doppia separazione, prima voluta da Eddie e poi imposta dagli eventi. Quando finalmente Eddie sceglie deliberatamente di riunirsi a Venom, apparentemente lo fa per sacrificarsi in nome del bene comune (fermare il vero cattivo del film, che ambisce a ricoprire la Terra di simbioti), ma è Venom a darci la giusta chiave di lettura del loro rapporto: l'umano come il simbiota, nelle loro rispettive società, sono dei perdenti; nonostante l'abissale diversità che li separa in superficie, quindi, questi due personaggi si scoprono in realtà molto simili, e su questo terreno comune dell'essere perdenti fanno germinare un rapporto di bizzarra amicizia che va oltre la simbiosi fisica e, simmetricamente, rappresenta anche la loro occasione di riscatto e rinascita.
 E' così che questo film ha successo nel dare origine al "protettore letale", cioè l'evoluzione con cui la Marvel riuscì a rendere Venom protagonista di una propria serie, convertendolo in un Punitore fantascientifico: un vendicatore violentissimo (anche se, onestamente, il film non indulge più di tanto nelle scene di decapitazione da singolo morso, ricorrendo spesso all'ironia nera, e sorvolando sulle cruente conseguenze dei cadaveri) il quale accetta a malapena il crudo codice etico della sua componente umana, e lo coniuga col proprio beffardo istinto, dando vita al caratteristico umorismo nero (alla lettera) del Venom più classico. (Sempre a essere onesti, Venom ci piace anche perchè incarna il desiderio di vendicare certi torti subìti quotidianamente, dal vicino miserabile che spara musica a tutta potenza dallo stereo a ogni ora, fino al teppista che impone il pizzo alla commerciante indifesa).

 Come da tipico film hollywoodiano della Marvel, anche questa pellicola offre un'onesta e scrupolosa regia, una piacevole fotografia dei panorami urbani, una recitazione irritante al passo con le mode, attori rassegnati a ogni genere di manipolazione ideologica, colonna sonora con ampia gamma strumentale e il solito equilibrio tra solennità classica e sonorità moderne in base al contesto.
 E, ovviamente, i siti di critica cinematografica hanno invece stroncato il film, più o meno per gli stessi motivi per cui io l'ho gradito.

 Apparizione d'onore per un astronauta di nome Jameson: è un riferimento al figlio di J. Jonah Jameson, che nei fumetti Marvel è a sua volta un astronauta.
 Scena dopo i titoli di coda: troppo prevedibile, essa annoia esattamente come il personaggio che viene sguaiatamente annunciato per il seguito di questo film (ma si farà mai?).

"Revolutionary Road" (2008)

 "Revolutionary Road" (2008) è uno psicodramma incentrato su una coppia della classe media USA che da giovane coltiva grandi ambizioni cui non riesce a dare forma, finchè non si lascia poi sopraffare dagli eventi della vita, fino a cedere al conformismo dei suoi simili (due figli, lei casalinga, lui impiegato anonimo e pendolare, una bella e linda casa a due piani con giardino, situata in una elegante via dell'elegante periferia urbana) che però tenta disperatamente di negare, fino a giungere a un tragico epilogo.

Scheda di "Revolutionary Road" su wikipedia

 Con una sceneggiatura elegante e intelligente, con dialoghi chirurgici nella loro limpida chiarezza ed efficacia in cui ogni parola è accuratamente calibrata e ogni frase è misurata in modo che i personaggi dicano esattamente ciò che serve (non una parola di più e non una parola di meno), e infine con una regia che sa essere distaccatamente partecipe come il cauto bisturi di un patologo, questo complesso e misconosciuto film mette in scena l'elaborata caratterizzazione dei due protagonisti, svelandola progressivamente, man mano che le personalità dei due si scontrano e si mettono reciprocamente a nudo. La narrazione è sottilmente ciclica, nel riproporre in crescendo gli scontri tra lui e lei, ed evidenzia ogni volta diverse sfaccettature della loro natura, scavando metodicamente e freddamente, procedendo con con logica coerenza mentre sfida il perimetro delle loro relazioni con il resto dell'umanità (i vicini, i colleghi, i figli, i pezzi grossi dell'azienda, il matematico matto), esplorando ogni volta angoli sconosciuti dei due coniugi, espandendo quanto rivelato fino a quel momento, e costruendo con spietata inesorabilità la "trappola" in cui lui e lei si stanno cacciando.

 La critica (o comunque la cruda descrizione) del conformismo della citata classe media è considerata la chiave di lettura di questa vicenda: a parole, i due protagonisti sembrano considerarsi migliori dei loro pari, nonchè desiderosi di dimostrarlo tramite il rifiuto (verbale) del convenzionalismo che li ha ingoiati. Ma, in ultima analisi, persino questa si rivela una mera facciata: il motore delle loro (distruttive) azioni, infatti, pare essere solo una conseguenza marginale del detto conformismo da cui sono afflitti, e di cui nessuna delle altre "vittime" della classe media sembra rendersi conto, e cioè la banale noia di vivere. In questo senso, il film riesce a essere ancora più universale nella sua analisi, valida per gli USA degli anni 1950 come per la società occidentale di oggi.

 La curata regia, lontana da ogni pudore ma anche da qualunque forma di sensazionalismo (come dimostra l'intensa e sconvolgente scena finale in cui lei si chiude in bagno per compiere un definitivo atto di liberazione che però allo spettatore non deve essere tanto mostrato quanto implicato), lavora implacabilmente nel seguire senza sosta le vite private dei personaggi, seppure procedendo così "in punta di piedi" da sembrare invisibile.

 In una efficace armonia d'intenti con la detta regia, nonchè la ricercata scrittura, anche la colonna sonora contribuisce all'opprimente (ma impalpabile) atmosfera di omologazione che pervade tutto il film: come le architetture, i paesaggi, le case, gli arredi degli interni, gli uffici, i pendolari dei treni e via dicendo, così anche il tema principale delle musiche è un accordo che si ripete ciclicamente, semplice e diretto, ma anche sempre più ossessivo, e la sua deliberata piattezza esalta con incisività l'esplodere delle scene madri in cui le pulsioni represse dei personaggi si scatenano, collidendo in scontri verbali di grande intensità (e paradossalmente, di grande compostezza e lucidità).

 La pellicola si avvale di due attori che sono ormai celebrità affermate, e che tornano a lavorare insieme ad anni di distanza dal film che li ha resi celebri ("Titanic", naturalmente, e loro sono Leonardo DiCaprio e Kate Winslett): rodati ed esperti, funzionano insieme come ingranaggi ben oliati, nel declinare tutte le sfumature delle pulsioni segrete o palesi dei coniugi imprigionati in una trappola di amore disperato, noia, repulsione, incapacità di relazionarsi, impossibilità di aprirsi, e sogni senza speranza tramutatisi in incubi. Da segnalare anche Kathy Bates, qui alle prese col personaggio della venditrice di casa tutta smorfie e carinerie, tanto entusiasta dei brillantissimi Wheeler finchè si adattano agli standard della classe media, quanto velenosa nel declassarli a gentaglia dopo il disastro che li travolge.

 Quando si giunge alla fine di questo intenso e imprevedibile viaggio, non si resta spiazzati dalla tragedia, perchè preannunciata: sin dall'inizio del film, infatti, si percepisce un doloroso presagio, annidato nei dialoghi e nei silenzi e nella tensione onnipresente tra lui e lei (anche quando uno dei due è assente). Ciò che davvero ci colpisce, invece, è il senso di desolazione nell'osservare le macerie (non solo metaforiche) che costellano il panorama, dopo il catastrofico crollo del matrimonio dei coniugi Wheeler; e col sipario di deliberato silenzio che l'ultimo personaggio fa calare sulle chiacchiere velenose e conformiste dei vicini che sorgono in seguito alla tragedia di Wheeler, come a riempire il vuoto che si è creato con una barriera di negazione del dolore, nella nostra mente nasce il desiderio di ripercorrere con la memoria questa vicenda, cercando di comprenderne i meccanismi, le omissioni, i segreti, e tutto ciò che essa ci ha detto sul dolore dell'animo umano che non riesce a comunicare e non osa esprimersi.

 La recensione finisce qui, ma per chi se la sente, ecco di seguito anche un riesame (da leggere solo dopo aver visto il film) delle dinamiche che interconnettono i coniugi Wheeler.

 Le dinamiche dei coniugi  Wheeler

 I due si sono mentiti reciprocamente sin dall'inizio: lui vantava grandi (ma fumose) aspirazioni a parole, ed è finito a lavorare nella stessa azienda del padre, svolgendo una mansione commerciale che dice di detestare (ma gestisce benissimo, sebbene nessuno glielo riconosca, a partire da lui stessi); lei nutriva aspirazioni di grandezza ben precise (diventare un'attrice), ma si è scoperta totalmente priva di talento, e pur diventando rassegnatamente madre di figli che non voleva e che forse non ama, continua a nutrire l'illogica e segreta speranza di rifarsi una vita a Parigi.

 Lui ama la moglie in maniera intensa e cieca, ed è sempre disposto a sostenerla, anche mentendo, quando la vede in crisi a causa delle frustrazioni che la divorano, ed è così innamorato da non accorgersi come lei respinga ostilmente ogni suo tentativo di aiutarla, deformandolo in un assalto verbale. Lui reagisce al rifiuto con un'ira che minaccia di divenire violenza fisica, ma ha sempre la forza di frenarla, e cerca sfogo alla propria noia esistenziale con scappatelle con le colleghe.

 Lei, sempre più ossessionata dal desiderio di fuggire dalla classe media, lo manipola e gli mente spudoratamente, illudendolo di parlare nel suo interesse, convincendolo di essere destinato a grandi cose, assicurandogli di avere chissà quale enorme potenziale (dopo aver ignorato deliberatamente i veri talenti che lui possiede e utilizza sul lavoro per indebolirlo psicologicamente), offrendosi di mantenerlo negli studi con un fantasioso lavoro da segretaria alla NATO "o simili" se solo la famiglia si trasferirà a Parigi.

 Eppure, questa coppia è popolare, stimata, apprezzata, colta. Tutti i loro vicini li approvano, adorano e desiderando. Eppure neanche questo non basta.

 L'unico a comprendere e condividere il loro desiderio di fuga (in realtà solo di lei, perchè lui si fa piacere questa per amore) è il figlio di una vicina, ex-matematico internato in una casa di cura psichiatrica e rovinato da troppi elettroshock: privo dei filtri dettati dal conformismo che bloccano tutti gli altri vicini di casa, il matematico matto svolge la funzione dei giullari alla corte dei re, e cioè dice la verità, prima apprezzando la loro volontà di fuga dalla "vuota disperazione" delle loro vite da classe media (che solo loro due hanno l'audacia di definire "disperazione", perchè la gente comune si limita a riconoscere il "vuoto"), e poi scoprendo i loro veri volti. Quello debole e timoroso di lui (che a fronte di un terzo figlio in arrivo sceglie la sicurezza economica di una carriera lavorativa diversa dai suoi indefiniti sogni), e quello spietato e fanatico di lei (che pur di liberarsi del terzo figlio, il quale incarna tutti i vincoli che le impediscono di "andare a Parigi", cioè di realizzarsi, ricorre a un aborto clandestino tardivo che finisce in tragedia).

 E' la debolezza di lui, che pur tenta ogni genere di approccio, a segnare il destino di lei? E' l'intransigenza fanatica con cui lei lo respinge nei momenti in cui dovrebbe fidarsi di lui, a rovinarla?

 Lui, nel suo furore verbale che deriva da un'antiquata mentalità "patriarcale", è anche sempre pronto a cercare soluzioni moderne nell'interesse di lei, non solo accettando l'implausibile idea di essere mantenuto all'estero pur di assecondarla, ma anche offrendole la possibilità di sottoporsi a cure psichiatriche pur di guarirla e averla ancora accanto: il film non rivela se lei accetti o meno questa strada, ma lascia intendere che lei sia troppo ostile per considerarla, e lui troppo debole per andare fino in fondo coi propri propositi (e, guarda caso, lei lo accusa ripetutamente di essere solo capace di parlare senza sosta, facendone un difetto di lui; ma è questo difetto che permette a lei di manipolarlo, e che garantisce a lui una vita lavorativa tranquilla e addirittura la promessa di una danarosa carriera).

 Più dei feroci litigi, più delle minacce di violenza, più persino della straziate sequenza silenziosa del folle aborto oltre il tempo massimo, può però la scena della colazione finale dei coniugi Wheeler, in cui lei recita la parte dell'amorevole e perfetta moglie ideale, dopo le terribili sfuriate della sera prima: ancora una volta, si ripropone lo schema in cui lei finge per manipolare il marito, il quale "abbocca" in quanto vittima della propria debolezza e del desiderio di vedere ricambiato il proprio amore.
 L'amara e tragica ironia di questa scena sta nel fatto che se lei avesse saputo incitare lui a vedere il valore del proprio lavoro sin dal'inizio del matrimonio, lo avrebbe liberato da quell'insicurezza che lo ha fatto sprofondare nel conformismo, liberando di conseguenza anche se stessa dalla schiavitù dei figli non desiderati e della casa sprofondata nel limbo della periferia urbana.

"The Last Samurai" (2003) - "L'ultimo samurai"

 "The Last Samurai" (2003), in Italia "L'ultimo samurai", è un film avventuroso e drammatico, diretto da Edward Zwick e scritto da John Logan, che rielabora a piacere, modifica e riunifica almeno due eventi storici recenti del Giappone, rileggendoli in chiave fortemente romanticizzata e idealizzata.

Scheda di "The Last Samurai" su wikipedia

 L'ampia libertà nel reimmaginare la Storia nipponica accomuna questo film agli stessi Giapponesi, che fanno altrettanto con lo stesso tema, la Guerra Boshin degli anni 1868-1869. E, considerando la grandissima attenzione all'estetica e alla dinamica del Giappone dei samurai, contesto questo che è accuratamente ricostruito nel film anche in termini di correttezza linguistica, non sembra sia esattamente un caso che anche la narrazione, come la regia, imiti la narrativa giapponese (a noi ben nota grazie a cartoni animati e fumetti, importati in massa dal paese del Sol Levante per decenni).


 Chi è abbastanza vecchio da ricordarsi un anime come "L'invincibile shogun" ("Manga Mitokomon") del 1981, ambientato in un Giappone medievale dove un potente nobile e i suoi valorosi guerrieri portano la giustizia nei villaggi dove l'assenza della legge ha permesso ai signorotti locali di spadroneggiare, capisce subito quale sia la filosofia su cui si basa "L'ultimo samurai": mitizzando il Giappone agricolo e contadino, che qui viene descritto come totalmente pacifico e guidato da samurai tanto giusti quanto saggi e onorevoli, esso mette in scena l'eterno conflitto tra il nuovo che avanza, caratterizzato immancabilmente da un'arroganza tecnologica, disumananamente guidata dal profitto e dall'interesse personale, e il vecchio che arranca, incapace di ammettere la propria obsolescenza e di cessare di esistere, pur avendo perso di vista i motivi e gli scopi per cui esiste.
 E' forse sotto questo aspetto che il film, probabilmente influenzato un po' troppo dalle fisime del produttore e protagonista Tom Cruise, incespica, fallendo nello spiegarci esattamente cosa i samurai difendano, oltre al generico onore e a una vita contadina che è eccessivamente idealizzata e felice, per essere credibile. Dopotutto, se erano necessari i samurai e le armi bianche, significa che anche quella vita era esposta a violenze e brutalità e guerra; quindi, cosa cambia se si impone una legge che cerca di "civilizzare" questo mondo? E' vero che non è facile dare una risposta, ma il film evita un po' troppo smaccatamente l'argomento, e così facendo genera nello spettatore un senso di irritata incompletezza, specialmente considerando la durata di due ore e trentaquattro minuti e l'indulgenza di "cassetta" nelle numerose scene romantiche tra il protagonista Nathan e la bella vedova Taka (a cui Nathan ha onorevolmente ammazzato il marito in guerra, salvo poi entrare ferito nella vita di lei, per farsi curare, farsi accettare dalla famiglia, divenire un secondo padre per i due pargoli e un secondo marito per lei; e sì, tutto è narrato col rigoroso e fiero pudore nipponico che non manca mai di spremere una lacrimuccia agli appassionati di anime e manga, ma che comunque non basta per compensare le altre lacune).
 Di questa incompletezza, lo spettatore soffre quando cerca di dare un senso all'ostinazione del samurai Katsumoto (interpretato fieramente da Ken Watanabe) nell'ancorarsi al rituale e all'usanza, fino al punto di causare la rovina propria e dei propri soldati, quando basterebbe una sua parola per spingere l'Imperatore a rigettare il trattato con gli Stati Uniti: per cosa combatta Katsumoto, oltre che per l'onore e ciò in cui credevano gli avi e un generico "bene del popolo", il film non lo spiega chiaramente. E ciò finisce col far sorgere nello spettatore cinico ogni genere di pensiero maligno sull'effettiva saggezza di questo samurai e influente maestro imperiale, del tutto incapace di staccarsi dai suoi vecchi metodi, ma anche felice di accogliere tra le sue fila il capitano Nathan Algren come uomo capace di conciliare il vecchio e il nuovo.

  Il capitano Algren (Tom Cruise) è l'altro punto debole del film, probabilmente perchè concentra in sè troppi stereotipi: questo "Tigrotto" (così preannunciato da una visione avuta dall'ultimo samurai), dopo aver servito sotto quell'esaltato del Generale Custer, e aver contribuito al massacro di una tribù di pellerossa innocenti che gli gravano sulla coscienza, si ritrova a dover sterminare un'altra minoranza (il villaggio del samurai), ma finisce invece per vivere con loro e apprenderne cultura e filosofia fino a schierarsi dalla loro parte, superando anche i demoni dell'alcolismo e del senso di colpa per il proprio passato. Il tema in questione, cioè la caduta in disgrazia col successivo riscatto ottenuto da una redenzione che sfiora la morte eroica, è assai ricorrente nella narrativa avventurosa, e in questo caso è declinato secondo tutti i crismi della narrativa giapponese (per fare un parallelo, quelo zuccone del capitano Algren che si rifiuta di restare a terra nonostante nelle battaglie le prenda di santa ragione, e venga bastonato, preso a calci, infilzato, dissanguato, fucilato, massacrato eccetera, non è forse esattamente ciò che fa in ogni battaglia l'ostinatissimo Seiya di Pegaso della serie "Saint Seiya"?); il problema sta però nell'attore, in quanto Tom Cruise non riesce a convincerci pienamente della sua fibra di eroe sovraumano che riesce sempre a rialzarsi e a guarire da qualunque cosa (compreso l'alcolismo); per non dire di quanto poco sia credibile nella pur strepitosa sequenza in cui, tornato a Tokyo dopo la lunga prigionia nel villaggio del samurai, affronta e sconfigge spettacolarmente un gruppo di sicari spadaccini, dimostrando di aver assimilato tutte le lezioni sull'arte della spada (e sulla filosofia di vita) apprese dai samurai, e di padroneggiare alla perfezione non solo il corpo, ma anche la mente. E' vero che stiamo guardando un film dichiaratamente di fantasia, ma la sospensione dell'incredulità ha un limite, davanti a certe libertà: per andare oltre, bisogna ogni volta ricordarsi che gli autori mirano a ricostruire lo stile estremo della narrazione giapponese (animata o meno), e in quest'ottica va letta anche la capigliatura di Cruise, qui lunga e fluente, che in ogni scena risulta sempre perfettamente acconciata in impeccabili onde che ricadono ai lati, il capello pulito e luminoso come se fosse appena stato dal barbiere anche dopo una feroce battaglia terminata in sangue e fango (e nonostante il dialogo insista sul suo bisogno di farsi un bagno perchè puzza). Non è forse così che funzionano anche i capelli negli anime, e basta citare i Saint di "Saint Seiya" che anche dopo la peggiore delle battaglie sono sempre pettinatissimi?

  Come quello di Cruise è un personaggio le cui motivazioni e azioni risultano abbastanza prevedibili (e infatti capiamo nei primi 20 minuti che si schiererà a favore del samurai ribelle), così molti altri personaggi di contorno risultano tagliati con l'accetta, specialmente sul versante dei cattivi modernisti, affaristi e tecnologici (cosa che comunque mi trova d'accordo, dato che accade in ogni epoca, la nostra compresa, che i fautori del progresso se lo godano in quanto privilegiati, infischiandosene del prezzo che pagano coloro che invece vengono sfruttati e travolti da questo presunto "avanzamento" della società).

 A compensare queste carenze, nonchè una trama piuttosto esile e lineare (specialmente per 2 ore e 34 minuti di film), interviene la competenza del regista, che ci regala una splendida fotografia di ambienti rurali e urbani, numerose e generose sequenze di battaglie di massa mozzafiato, suggestioni naturali e misticheggianti di vario tipo (come la sequenza in cui i samurai a cavallo compaiono tra le nebbie del bosco), e un'accortezza nipponica (giustamente) nel dirigere le scene più intime e personali.

  Come la regia, anche la colonna sonora si concentra totalmente sull'aspetto eroico-romantico di questa epopea di fantasia, e raggiunge il culmine dell'efficacia nella disperata e straziante battaglia finale, dove le striminzite e forze ribelli, armate solo di spade e freccie e strategia, affrontano il debordante esercito imperiale, dotato di cannoni e mitragliatrici e un numero sterminato di soldati: tra un atto di valoroso sacrificio e l'altro dei ribelli, mentre il passaggio di consegne tra Katsumoto e Algren (che da nemici sono divenuti prima alleati e poi fratelli) si consuma nella sublime catarsi del gesto di intimità definitiva (il seppuku, la morte onorevole), l'intensità musicale raggiunge il massimo del lirismo, e la sua eco si protrae anche nella consolatoria scena finale in cui Algren, sopravvissuto alla battaglia, porta la spada e le parole di Katsumoto all'imperatore, facendogli finalmente trovare la forza per svolgere il proprio ruolo (e pensare al bene del popolo?), come dimostra il loro scambio di battute finale ("Dimmi come è morto", "Vi dirò come ha vissuto").

E così, invece del crepuscolo degli dei, oggi si è svolto il crepuscolo dei samurai, e la fine dolente di un'epoca è irrevocabilmente avvenuta, anche se almeno per il momento la gente comune ne sarà risparmiata: tutti noi sappiamo cosa ne è stato del Giappone in seguito, e non abbiamo quindi dubbi che si tratti solo di un rinvio, ma ci resta il dubbio che il film non ci ha aiutato a definire... quale dei due mondi avremmo scelto, tra lo spietato e profittevole progresso con tutti i suoi agi, e la semplice ma mendacemente idilliaca vita contadina in cui si muore in battaglia per un onore che non sappiamo definire?

"Valkyrie" (2008) - "Operazione Valchiria"

 "Valkyrie" (2008), in Italia "Operazione Valchiria", è un film storico che racconta di come e perchè fu organizzato il quindicesimo (e ultimo) attentato alla vita di Adolf Hitler.


La scheda di "Valkirye" su wikipedia

 Poichè non si tratta di "Bastardi senza gloria", il finale è noto a tutti (tranne i negazionisti?), e in teoria ciò dovrebbe pregiudicare almeno in parte la tensione su cui un film del genere si basa. E invece questo pregiudizio si rivela del tutto errato, perchè il film riesce a essere assai coinvolgente nel raccontare la personale epopea del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, un uomo degno di essere chiamato "uomo", che si ritrova quasi solo nel suo nella sua umanità tra i deboli e i fanatici che lo circondano, e ha il coraggio di sfidare il Reich tedesco dall'interno, per porre fine alla follia autodistruttiva in cui Hitler sta trascinando la Germania.
 Privo di un occhio, di una mano e di due dita dell'altra mano, Stauffenberg affronta comunque l'organizzazione dell'attentato, la difficilissima ricerca degli alleati, il costante rischio di tradirsi o di essere traditi, la necessità di rischiare tutto (anche la propria famiglia) pur di dimostrare al mondo che non tutti i tedeschi sono nazisti, il crescendo della complessità del piano (anche in termini di cosa accadrà dopo la morte di Hitler, di chi dovrà prendere il potere e di come dovrà farlo) e, infine, l'esecuzione dello stesso (con la conquista dei ministeri e distretti di Berlino).

 Pur basandosi su una scrittura così curata e puntuale da sembrare quasi asettica, la pellicola elargisce una narrazione compatta, fluida e definitivamente intrigante, in cui la tensione del complotto e le emozioni dei personaggi si alternano con un ritmo che non è proprio incalzante, ma non lascia tregua allo spettatore, mentre si inoltra nel lineare (!) labirinto della cospirazione che si va intessendo.
A creare questo particolare tono narrativo contribuisce anche una regia maniacalmente attenta ai dettagli, e assai abile nel ricostruire la cupa atmosfera della Germania nazista, dalle tetre architetture del Reich all'onnipresente iconografia rossa e nera della svastica, passando per le famigerate e stilisticamente impeccabili uniformi militari dell'epoca; un occhio di riguardo è dedicato in particolare alla articolata e contraddittoria psicologia degli ingranaggi della struttura organizzativa nazista, dagli alti gradi dell'esercito alle singole operatrici delle telescriventi.

  La colonna sonora è una presenza sottile, principalmente dedita a sottolineare con discrezione i momenti di maggiore tensione, e a intensificare il tono delle sequenze mute con un ibrido di torva solennità orchestrale e presagio di tragedia incombente (specialmente quando la regia si sbizzarrisce con sontuose inquadrature aeree di velivoli nazisti, distese di foreste, palazzi berlinesi, e luoghi sinistramente noti come il soffocante e livido bunker "La tana del lupo", o la residenza montana di Hitler chiamata Berghof). Come per narrazione e regia, anch'essa raggiunge un livello emotivo inedito nel lirico finale, in cui il tono sottilmente disperato ed epico di questa narrazione si trasforma in una toccante elegia degli sconfitti e una promessa di futuro riscatto da parte dei tedeschi che credono nella vera "Sacra Germania" .

 L'attore protagonista, Tom Cruise, è particolarmente convincente nel ruolo di Stauffenberg, forse per via del tono immancabilmente un po' snob e sprezzante della sua recitazione. Ma non è solo per questo che Cruise si trova perfettamente a suo agio nella parte: come già in altri suoi film (in cui scrive sempre un diario), sembra aver scelto di lavorare in questa pellicola proprio per poter interpretare il suo modello preferito di eroe solitario animato da una volontà e una tempra che lo portano a superare ogni traversia pur di giungere a un glorioso ed epico atto catartico finale (senza mai dimenticare la propria umanità, come ci ricorda il leitmotiv della famiglia, teoricamente al sicuro altrove, ma eroicamente consapevole di ciò che accadrà se la cospirazione dovesse fallire).
 Come ne "L'ultimo samurai", anche qui la volontà dell'eroe si realizza, persino nella sconfitta: dopo un'esecuzione narrativa trascinante, sebbene algida e un po' cerebrale, la vicenda culmina infatti in un inatteso apice emotivo, quando ormai il colpo di stato è fallito, e i capi della cospirazione vengono giustiziati uno a uno; prossimo a morte certa, Stauffenberg non solo ha cura di salvare i sottoposti che avevano creduto in lui (e persino un generale) ma ispira il più debole tra loro a presentarsi con dignità davanti al plotone ("Guardali negli occhi. Si ricorderanno di te."; il suo carisma e la sua umanità, poi, sono tali da ispirare nel tenente Werner von Haeften un ulteriore gesto di lealtà finale verso lo stesso Stauffenberg, all'atto della fucilazione, che non può non commuovere anche lo spettatore più cinico.

"Chernobyl" (2019)

 "Chernobyl" (2019) è una miniserie televisiva in cinque parti ideata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck. Universalmente acclamata per la sua magistrale fattura, racconta la storia dello spaventoso disastro della centrale nucleare di Černobyl' che ebbe luogo nel 1986 in Ucraina, in quella che all'epoca era l'Unione Sovietica.

 
 Con una regia fredda e analitica, e una narrazione metodica e controllata, questa miniserie segue le vite dei sovietici che all'epoca causarono il disastro, o ne subirono gli effetti, o combatterono per fermarlo prima che travolgesse due continenti, trasformandoli in terre morte.
 A più di trent'anni di distanza da questi eventi storici, lo spettatore è colto dalle vertigini nell'assistere al dispiegarsi progressivo della catastrofe, all'ottusità dei burocrati coinvolti, alla pochezza dell'ideologia e dell'opportunismo che portarono alla costruzione di impianti tecnologicamente difettosi, all'eroismo delle persone comuni che si sacrificarono in numeri impensabili per sventare un disastro esponenzialmente peggiore, all'inadeguatezza delle strutture di prevenzione (pressoche inesistenti) e all'improvvisazione delle misure di sicurezza e tecnologiche per tenere a bada il mostro nucleare.
  Ancora più spaventoso, per lo spettatore che era già vivo all'epoca, è rendersi conto di quanto l'umanità ignara si sia spinta sull'orlo dell'abisso, in quei giorni: il trauma non è immediato, perchè (nonostante la conoscenza storica dei fatti) lo spettatore sa che il disastro è stato sventato, e si culla in un falso senso di sicurezza, che durante la visione della miniserie si sgretola progressivamente e impietosamente, come conseguenza delle spiegazioni scientifiche e tecniche che gli vengono fornite a poco a poco. La narrazione è serrata, senza tempi morti, ma non frenetica: c'è il tempo per far sedimentare e metabolizzare dalla mente la colossale gravità dell'accaduto, grazie alla bilanciata alternanza di storie umane, di esposizione ingegneristica e fisica, di propaganda politica, di giochi di potere, di ricostruzione storica. Il vero terrore nasce quando la visione di uno degli episodi ha fine, e la mente ha modo di rielaborare quanto appreso, andando oltre le terrificanti eppure irresistibili scene con effetti speciali che riescono a "visualizzare" la devastante potenza distruttrice della radiazione invisibile che sprigiona dal nucleo scoperchiato (se si escludono i pochi secondi di inquadratura del nucleo scoperto, la colonna di luce generata dall'aria ionizzata e la caduta dell'elicottero che si sfascia letteramlente, il resto è lasciato quasi esclusivamente a un penetrante e sottile effetto sonoro).
 L'angoscia per quanto accaduto si manifesta all'improvviso, in modo soffocante, partendo dalle cose più piccole (il pompiere che si ustiona raccogliendo un blocco di grafite contaminata) e arrivando fino alla prospettiva di una successiva esplosione dei serbatoi idrici della centrale che avrebbe disperso il materiale fissile su metà del continente, contaminando acqua, terreno, aria per estensioni inconcepibili).
 E non c'è fine a questa spirale di terrore, perchè anche quando la narrazione giunge al punto in cui la catastrofe viene sventata, ci sono ancora le conseguenze della contaminazione a cui fare fronte, oltre che il tragico destino degli eroi (inconsapevoli o volontari). E ancora oltre, con quello che è un pugno nello stomaco finale, c'è la ricostruzione processuale delle cause che portarono al disastro: cause come l'ambizione e l'avidità di persone piccole e incapaci che avevano raggiunto posizioni di responsabiltà e potere non per merito e competenza, ma per astuzia e cinismo.
 Ed è la cosa peggiore di tutte, perchè in quel momento lo spettatore si rende conto che la miniserie non sta raccontando semplicemente le storture dell'apparato stalinista dell'URSS, ma il problema di fondo delle società umane, a qualunque latitudine: dov'è infatti la differenza tra la malagestione di Chernobyl e ciò che succede ogni giorno (esempio assolutamente a caso) nel collasso sistematico del trasporto ferroviario della regione Lombardia, o nel sistema sanitario nazionale italiano?

  Nell'orrore senza fine di questa tragedia, si muovono i protagonisti, cui gli autori si sforzano di dare quasi sempre un volto umano: dal tormentato scienziato Legasov (Jared Harris) allo spigoloso commissario politico Shcherbina (Stellan Skarsgård), passando per la fittizia Khomyuk (creata per rappresentare la comunità scientifica che supportò Legasov) e l'ignorante Ludmilla (che perde il figlio in grembo perchè non riesce neppure a capire che suo marito sta morendo di avvelenamento radioattivo). Solo con i personaggi di Djatlov, Bryukhanov e Fomin (i dirigenti della centrale di Chernobyl) gli autori prendono una drastica presa di posizione di tipo manicheo, per dipingerli come la peggiore feccia dirigenziale possibile, spingendo lo spettatore a chiedersi se davvero possano essere esistite persone così ottuse e potenti (ma anche qui, come nel caso citato prima, la nostra stessa società ce ne dà generosamente esempio). Resta ovviamente la consapevolezza che la miniserie ha romanzato quel che poteva, e in certi casi ha scelto di sposare una specifica versione dei fatti, sebbene ne esistano altre che contrastano tra di loro (ma di nuovo, quella più cinica è probabilmente quella vera).

  Nel finale, ma solo in quello, anche senza edulcorare troppo la componente narrativa romanzata, gli autori si sforzano in ogni caso di regalare un certo grado di consolazione allo spettatore, in parte mostrando la condanna unanime che piovere sugli spregevoli dirigenti, in parte con la crescita emotiva dei "buoni" Legasov e Shcherbina e con il loro momento catartico finale, senza contare l'importante accento su come questo diasastro abbia anche segnato la fine dell'Unione Sovietica.

  Inquietantemente, un pensiero residuo aleggia dietro tutti gli altri: cosa ha davvero visto il tecnico che morì all'istante, quando dal pavimento della sala del nucleo si sollevarono contemporaneamente tutte le barre di controllo, spinte dalla incommensurabile pressione cresciuta senza controllo nell'impianto di raffreddamento? La risposta data dalla miniserie è visivamente spettacolare, tanto da far quasi invidiare chi vi potette assistere e fu subito dopo spazzato via dall'esistenza, senza patire le atroci sofferenze dei sopravvissuti.

"Inception" (2010)

 "Inception" (2010) è un film di fantascienza contemporanea, incentrato su un gruppo di "mercenari" che ha la tecnologia e le competenze per accedere all'inconscio delle persine e manipolarne i pensieri. Con inception si intende l'inizio (o il concepimento) di un'idea da parte di una persona, con la differenza che in questo caso il concepimento avviene dopo l'inseminazione di un agente esterno.

Scheda di "Inception" su wikipedia

 "Inception" è un film mirabolante che col tempo (e con ogni nuova visione) non fa che migliorare, come un elaborato puzzle che svela continuamente tasselli nuovi, dimostrando di essere stato concepito e realizzato come un gioco a incastro pressochè perfetto in tutti i dettagli.

  La magnifica architettura (non a caso) narrativa, cerebrale e labirintica, ma travolgentemente chiara nella sua impeccabile e sfaccettata logica, è articolata intorno a un argomento irresistibilmente affascinante come il mondo dei sogni e dell'inconscio, qui declinato in un modo originalmente razionale, lucido, surreale e audace (non si tratta infatti di sogni "naturali", e quindi squinternati e caotici, ma di costrutti artificiali in cui irrompe l'inconscio del sognatore).

 Nella bizantina e cristallina sceneggiatura, dove si alternano visioni monumentali e concetti psicanalitici e favolose sequenze d'azione letteralmente mozzafiato, si muove con grande sicurezza un gruppo di attori sorprendentemente azzeccati e in sintonia, che per una singolare coincidenza sono tutti comparsi in film commentati di recente o quasi: dal protagonista Leonardo Dicaprio con il suo doloroso e pazzesco segreto dell'inconscio, a Ken Watanabe nell'immancabile versione "eroica", passando per il beffardo Tom Hardy e il leccato Joseph Gordon-Levitt (visto di recente in "Don Jon", che prima o poi commenterò); e c'è anche Ellen Page (vista come "Kitty Pryde" nella saga cinematografica degli X-Men), che interpreta con perizia un solido ruolo che curiosamente la rende più "Kitty Pryde" qui che nei film dei mutanti Marvel.

  Coerentemente con l'impianto narrativo e le ambizioni della sceneggiatura, la regia si dimostra abilmente visionaria e audace, nel visualizzare scenari di titaniche architetture urbane che si arrotolano o collassano o si sfaldano (nel favoloso crepuscolo del limbo), nonchè acrobazie di inseguimenti e in hotel senza gravità, col costante corredo di eccellenti effetti speciali, catturando magneticamente lo spettatore e trascinandolo letteralmene nella narrazione, proprio come i protagonisti sprofondano progressivamente in un sogno dentro l'altro, tanto da immedesimarsi con qualunque personaggio in azione in quel momento (o almeno immaginarsi di essere al suo fianco a provare quelle incredibili sensazioni).

 L'intensa e coinvolgente colonna sonora ci regala pezzi inediti notevoli come "Mombasa" (in seguito ottimamente rielaborato dai 2Cellos), classici di grande bellezza come "Non, Je ne regrette rien" di Edith Piaf e l'impagabile emozione musicale dell'apparente e struggente trionfo finale.
Ma la vera sorpresa delle musiche sta nella sintonia totale con i concetti della sceneggiatura, come lo spettatore capisce quando si rende conto (o gleilo dice un amico più accorto) che il tema musicale dei sogni dentro i sogni è sempre lo stesso, ma rallenta in accordo con la diversa scala temporale di ognuno di quei mondi onirici.

  Lo spettatore riceve la prova finale di aver goduto di una pietra miliare della narrazione fantastica quando, a visione conclusa, si ritrova a interrogarsi sulla consistenza delle premesse fantascientifiche del film, nonchè sulla solidità degli incastri logici di ogni singolo evento cruciale della storia, cogliendone tutti i rimandi sottili che si dipanano come i fili di un arazzo (nel finale, l'intuizione dell'impianto di idee viene al protagonista quando viola la regola, esposta in apertura, del totem personale che nessun altro deve toccare).
 E da qui si arriva ovviamente all'enigma del sibillino finale che ci lascia incerti su ciò che abbiamo visto: la trottola non smette di ruotare, ma l'effetto sonoro lascia intendere all'ultimo secondo che essa abbia cominciato a vacillare. Il volto dei bambini compare, eppure nei ricordi del protagonista era sempre occultato (ma il protagonista saprà pure che faccia hanno i figli, anche senza averli guardati l'ultima volta che è stato con loro, no?). La logica più prosaica vuole che, dopo essere sceso così in profondità nel imbo, perdendo tutte le occasioni di risveglio, il protagonista vi sia rimasto intrappolato: ma se così fosse, come può ora trovarsi semplicemente in un altro sogno?
E quindi qual è la risposta? E' uscito dal sogno o il suo corpo sta vivendo in uno stato comatoso?

Michael Caine ha raccontato di recente che la seconda risposta è quella giusta, ma è più appagante per lo spettatore l'impresa di trovarsene una propria, in quanto significa imbarcarsi in una ricerca che permette di gustarsi i particolari di questa memorabile pellicola ancora più a fondo (insomma è una scusa per riguardare il film).