lunedì 22 novembre 2021

"Side Effects" (2013) - "Effetti collaterali"

"Side effects" (2013), in Italia "Effetti collaterali", scritto da Scott Z. Burns e diretto dal Steven Soderbergh, è un inquietante film psicologico di tensione, con una struttura gialla occulta, incentrato sul mondo della psichiatria statunitense.
 

Lo psichiatra Jonathan Banks si prende cura di una mancata suicida, Emily Taylor, diagnosticandole una depressione e prescrivendole diversi farmaci, alla ricerca di quello più adatto al suo metabolismo. Il nuovo farmaco Ablixia, richiesto dalla stessa paziente e raccomandato dalla precedente psichiatra della giovane, sembra avere un effetto positivo, almeno finchè Emily non cade vittima di crisi di sonnambulismo e accoltella il proprio marito, reduce dall'aver scontato una pena in progione a causa di un crimine finanziario di insider trading (compravendita di azioni basata su informazioni speculative privilegiate). Per il dottor Banks, questo è l'inizio di un incubo: mentre si scatena la battaglia giuridica per determinare la colpevolezza di Emily, Banks viene ritenuto parzialmente responsabile del delitto, in quanto autore della prescrizione del farmaco; la sua azienda lo scarica, la sua carriera è a un punto morto; la moglie comincia a dubitare di lui, i costi del suo stile di vita diventano insostenibili. Ma, riesaminando il caso, il dottor Banks si accorge che non tutto è come sembra: inizia qui la sua angosciante corsa per divincolarsi dalla rete di inganni e interessi macroeconomici in cui è andato a invischiarsi.

Calato nel mondo della psichiatria statunitense, questo film ne evidenzia l'approccio imperante, che consiste nella soppressione dei sintomi tramite la chimica, piuttosto che nel risalire alle cause del problema. Come è tipico del sistema economico statunitense, il mercato è invaso da prodotti che promettono miracoli, sorvolando sugli effetti collaterali e sul costo della sperimentazione, a cui i cittadini si prestano comunque, convinti come sono che non possano esistere altri metodi di cura. Questo spaccato, agghiacciante per qualunque spettatore esterno alla cultura in questione, serve al regista Soderbergh per interrogarsi sugli aspetti etici e morali di questo approccio: di chi è la responsabilità penale, quando un paziente è vittima di effetti collaterali imprevisti (o considerati rari dell'azienda farmaceutica che produce il farmaco)? Quanto è indipendente e affidabile la Federal Drug Administration, cioè l'ente statunitense che determina la sicurezza dei medicinali immessi sul mercato? Soderberg pone quesiti, evitando accuratamente di dare risposte: con algida indifferenza, sembra limitarsi a descrivere ciò che accade, quando una situazione limite da "effetto collaterale" devasta le vite di tutte le persone coinvolte. Solo la seconda parte del film, che prende una piega molto più rassicurante e convenzionale, rivela che la regia della prima parte ha lavorato su più livelli narrativi: reinterpretando indizi visivi subdolamente ingannevoli, subentra quindi la lettura "gialla" del classico e tradizionale complotto ai danni dell'ignaro protagonista (con rivelazioni che rimandano agli intrighi abitualmente tessuti da Alfred Hitchcock). Nonostante la relativa prevedibilità di questo ribaltamento di prospettiva, l'esecuzione risulta comunqe intrigante, grazie all'interessante caratterizzazione dei personaggi, estranea tanto al manicheismo quanto allo sciovinismo imperante di quest'epoca. Se da una parte c'è un torbido inganno con componente omoerotica che vede le due protagoniste come le vere malvagie di turno (e la terza figura di donna del film, la moglie del protagonista, si rivela ottusamente gelosa e ostile al marito, quasi per partito preso), dall'altra c'è anche un "eroe" che è tutto tranne che tale, dato che per combattere il raggiro di cui è vittima, egli ricorre senza particolari turbamenti ad armi analoghe a quelle delle sue avversarie, violando con indifferenza la propria deontologia (o forse no, sembra suggerire Soderbergh: una violazione deontologica è davvero tale se il paziente si sta solo spacciando per malato, allo scopo di perseguire altri fini?).

La prestazione dell'attrice Rooney Mara, nel ruolo della depressa che affonda nell'ottundimento dei farmaci, è probabilmente la più intensa e convincente, nella prima parte nel film, perchè lavora su due livelli di recitazione racchiusi uno nell'altro. All'opposto, è Jude Law a convincere maggiormente nella seconda parte, delineando la figura di uno psichiatra ragionevolmente onesto, ma che si è comunque integrato nel meccanismo sociale odierno (alla faccia del conoscitore della psiche umana) e si adegua fino a forzare il confine tra lecito e illecito, pur di tutelare se stesso. Enigmatica e accattivante è anche Catherine Zeta-Jones, nel ruolo di una psichiatra autorevole, sicura di sè, ingannevolmente professionale e segretamente spietata. Gli attori si amalgamano bene anche grazie a una narrazione compatta, razionale e competente nel mantenere una costante, ma sottile tensione narrativa, che lo spettatore percepisce solo a livello inconscio, mentre i tasselli della vicenda si presentano uno a uno, con fluida naturalezza mescolata a subdola duplicità di significati.

La regia segue i personaggi con apparente distacco, ma ci inganna sulle vere motivazioni di alcuni di loro, sfumando l'apparente narrazione soggettiva iniziale in una narrazione corale esterna con sottigliezza, tanto che lo spettatore si rende conto solo troppo tardi di aver interpretato male il punto di vista della prima parte del film. La città di New York diventa parte della narrazione, e simboleggia l'enorme e impersonale ragnatela del capitalismo e della farmacopea in cui le vite delle singole persone si muovono, dibattendosi invano alla ricerca di una libertà (e della salute) cui hanno diritto solamente sulla carta e nelle buone intenzioni di chi redasse la Costituzione secoli prima. La componente giallo/nera è utilizzata come scusa per interrogarsi su un argomento complesso che è diventato parte della società, e narrata con la signorilità e il metodo di chi sa come evitare la deriva nel pecoreccio e nel morboso che le situazioni del film offrono a piene mani.

martedì 3 agosto 2021

"Spiders 3D" (2012)

"Spiders 3D" (2012), scritto e diretto dall'ungherese Tibor Tackas, è un imbarazzante ibrido cinematografico di orrore, thriller, fantascienza e comicità involontaria (che non è che migliora con gli occhialini per vederlo in tre dimensioni).

 
Un modulo di una vecchia stazione orbitale sovietica si stacca e precipita sulla Terra, finendo nella metropolitana di New York. Mentre un responsabile del movimento della metropolitana (Patrick Muldoon) e una rappresentante del dipartimento sanitario cittadino (Christa Campbell) discutono sull'opportunità di riaprire o meno quel tratto della metropolitana, un ragnetto si aggira indisturbato, mordendo persone e deponendo uova nei loro corpi. Unico sopravvissuto alla caduta, il ragno è anche uno dei tanti abitanti della stazione orbitale, che hanno sterminato l'equipaggio sovietico chissà quanti anni fa e sono comunqe sopravvissuti fino a oggi.
L'autopsia del primo cadavere fa  finire nelle mani di Muldoon l'unico uovo di "regina" depositato dal ragnetto, mentre nella metropolitana i ragni maschi si moltiplicano, riproducendosi nei corpi dei senza tetto, causando intanto una fuga di ratti.
L'Esercito interviene, in compagnia di un consulente russo che è proprio lo scienzato che diede inizio a questo esperimento ai tempi dell'Unione Sovietica, ibridando i ragni col DNA di una forma di vita trovata a bordo di un vascello spaziale scoperto molti anni prima sotto ghiacci. Lo scopo dell'esperimento era produrre un polimero indistruttibile e leggerissimo capace di rivoluzionare l'industria. L'Esercito statunitense, guidato da un ambizioso e spietato generale, vuole questo polimero, e usando la scusa di un virus fuori controllo, dichiara una quarantena e trasforma quindi l'intero quartiere in un laboratorio per favorire la nascita della regina. Muldoon e Campbell, che guarda caso sono anche marito e moglie in procinto di divorziare, con tanto di figlioletta che si sente trascurata, abitano proprio in quel quartiere, e la figlia finisce con l'essere chiusa in casa in quarantena per aver avuto contatti con l'uovo di regina. Ovviamente questi ragni ibridi si dimostrano inaspettatamente imprevedibili e sfuggono al controllo della scienza e della forza militare: in presenza di gravità, crescono di dimensioni, fino alla taglia di una mucca, e ben presto decidono di non voler restare chiusi nella metropolitana, ma di voler visitare il quartiere e sventrare gli indigeni, iniziando dai soldati semplici che sono del tutto impreparati a gestirli, a causa dell'incapacità dell'Esercito nell'immaginare un simile scenario.

Anche se la logica, la biologia e la scienza in generale soffrono orribilmente nell'ascoltare le premesse "realistiche" con cui si vuole giustificare il film, lo spettatore sorvola amabilmente, perchè vuole godersi l'orrore viscerale, primordiale e repellente che le invasioni di aracnidi provocano istintivamente nell'essere umano e che hanno fatto la fortuna di numerosi filmacci incentrati sullo stesso tema. Eppure, sembra proprio che il regista faccia di tutto per impedirlo, esponendoci con feroce metodicità alla fiera di tutti i luoghi comuni possibili, dal generale fanatico allo scienziato ossessionato che però non è disumano, dalla famiglia con problemi al genitore che la vuole proteggere, dall'Esercito autoritario ma incapace al singolo cittadino che prende l'iniziativa e salva capra e cavoli. 
 
Lo spettatore, stoico, sorvola anche su questi dettagli, e persiste masochisticamente nella visione, intenzionato a godersi comunque il raccapriccio degli aracnidi che sciamano tra i palazzi deserti. Purtroppo, man mano che aumentano di dimensioni e diventano più mostruosi, i ragni diventano sempre meno credibili, e la grafica computerizzata, che già non riusciva a essere troppo convincente coi ragnetti ma se la cavava con le inquadrature frenetiche e vorticose, perde altri colpi. Ancor meno credibile è la colossale fortuna con cui Muldoon ammazza questi ragni usando un muletto (!) e tutta la sua famiglia riesce a sfuggire a queste bestie, mentre i soldati armati di tutto punto vengono immancabilmente sterminati in gruppo (e nessuno ha pensato di dotarli di un lanciafiamme). La logica latita anche quando Muldoon spegne il telefono per non essere individuato dai militari che gli danno la caccia (volendo eliminare un testimone scomodo), ma molte ore dopo riceve una telefonata dalla figlia in pericolo (che nel frattempo è riuscita a far ammazzare la baby sitter dai ragni). L'apoteosi della stupidità giunge però con la regina madre, un ragno di dimensioni colossali, che emerge dal sottosuolo e impazza per le strade di New York, grugnendo, calpestando le auto, mangiandosi lo scienziato ex-sovietico, e incassando proiettili e missili come se fossero moscerini. Dall'orrore sempre meno efficace si passa alla baracconata, senza dimenticare il ridicolo, perchè ormai il film ha rinunciato a prendersi sul serio e il regista stesso non vede l'ora di chiudere la faccenda: non riuscendo ad acchiappare la ragazzina trascurata, la regina ragno usa la propria tela per avvolgerla in un bozzolo; come ci aveva detto lo scienziato ex-sovietico prima di essere ammazzato dalla regina (dicendole intanto "sei bellissima"), la tela in questione è un polimero indistruttibile; il padre della ragazzina per fortuna non lo sa, e riesce a tagliare il bozzolo con un oggetto improvvisato (le chiavi dell'auto?), liberando la scocciatrice come se niente fosse.
Dopo aver strattonato a destra e a manca l'inebetita moglie Campbell per metà del film (l'attrice chiaramente è uscita dalle riprese con un braccio dislocato), Muldoon finalmente la pianta in asso e si tuffa nei sotterranei per ammazzare la regina tirandole in faccia un convoglio dell metropolitana e facendo esplodere le tubature di un qualche "gas infiammabile". In superficie, a due passi dall'esplosione ma illese, madre e figlie piangono il marito eroicamentre sacrificatosi, ma lui è appena uscito dalla metropolitana, esattamente alle loro spalle, e si guarda intorno per cercarle, non accorgendosi che loro sono in primo piano a piangerlo.
Di colpo il sole torna a splendere (vi avevamo detto che l'ambientazione passa da giorno a notte nel bel mezzo della stessa scena?), mentre i militari raccattano i ragni morti, e la famiglia se ne va non si sa bene dove, nuovamente riunita. Ma, su un semaforo, ignorato da tutti, un ragnetto brulica senza sosta.

Se la regia si salva almeno a livello di impianto visivo, con una bella resa dei quartieri deserti di New York e della vastità dei suoi sotterranei con la popolazione variegata che vi si annida (pendolari, senza tetto, topi), la sceneggiatura perennemente indecisa è completamente da bocciare, anche per colpa dei protagonisti che nessuno voleva e che nessuno sa come gestire. La grafica computerizzata funziona solo per le scene iniziali, coi ragni ancora di piccole dimensioni, ma fallisce nel rendere credibili i mostri colossali delle fasi successive. La recitazione (non dei ragni) è dignitosa, almeno nelle scene iniziali, ma degenera molto rapidamente in una prestazione tra lo svogliato e il surreale (la mummificata Campbell, a un certo punto, passa ai monosillabi e a i gemiti, senza pù riprendersi), in sintonia con lo sbragarsi della narrazione. Le scene di brulicante orrore ragnesco, abbastanza azzeccate agli inizi, si perdono poi in favore della parata dei mostri sempre più grossi e inefficaci (riescono solo ad ammazzare i comprimari inutili), pr di più penosamente diluite nel soporifero thriller senza ragni delle lunghe sequenze in cui l'Esercito dà la caccia a Muldoon e signora. A fine visione, ci resta solo il ricordo positivo della sequenza orbitale di apertura e del mistero iniziale dell'oggetto caduto nella metropolitana, quando ancora sembrava che ci fosse il potenziale per una storia godibile.

mercoledì 4 marzo 2020

"The Endless" (2017) + "Resolution" (2012)

 "The Endless" (2017), scritto e prodotto e diretto da Justin Benson, con Aaron Moorhead come coproduttore e co-direttore, è un elegante film dell'orrore, arcano e sottile, enigmaticamente angosciante come le opere di H.P. Lovecraft e claustrofobicamente riflessivo come le opere di Stephen King.


 I fratelli Justin e Aaron ricevono una videocassetta da Camp Arcadia, una comune da cui erano fuggiti anni prima dichiarando che si trattava di un "culto ufologico della morte". Scontento della vita miserabile che conduce, il fratello minore Aaron insiste per tornare a visitare Camp Arcadia, dove lui ricorda invece che si mangiava bene e si conduceva una vita appagante. Reticente, Justin accetta, solo per scoprire altri bizzarri enigmi a quelli che, da ragazzo, lo avevano spinto a fuggire da quel posto: come mai i membri del culto sembrano non essere invecchiati di un giorno? E chi sono quelle persone, accampate in tende e camper e case isolate, che sembrano ripetere ciclicamente le stesse azioni fino alla loro morte?

 Il sottogenere "lovecraftiano" dell'orrore è quello che, invece di ricorrere alla repulsione e all'interesse morboso generati da effettacci truculenti, sbudellamenti e atroci violenze, preferisce terrorizzare sottilmente lo spettatore, istillandogli un infestante malessere psicologico che nasce da una situazione apparentemente normale e prosaica,  genera un crescendo di sorprendenti bizzarrie e culmina in una rivelazione di terrore cosmico, incontrastabile e impossibile da definire nel ristretto ambito dei parametri della mente umana.
 E' questo, ovviamente, ciò che accade in "The Endless", dove lo spettatore vive e cerca di decodificare la vicenda scegliendo di volta in volta la prospettiva che più preferisce: quella razionale e sospettosa di Justin, o quella credulona e ottimista di Aaron. Gli indizi sono presenti in abbondanza, ma filtrati da strati di contesto differenziato che rende difficile unificarli. In più, come ormai codificata da anni grazie al film "The Ring", alla vicenda si aggiunge anche la falsa e irresistibile traccia dei messaggi soprannaturali che si manifestano sotto forma di vecchie videocassette spedite per posta o immerse in un lago, oppure fotografie Polaroid portate dal vento, o anche hard disk sepolti nel terreno.
 Lo scorrere del tempo, l'evolversi delle persone, il mutamento dei supporti tecnologici su cui viene registrata l'informazione, sono tutti elementi fondamentali in questa narrazione.
 Sullo sfondo, si muove un'entità non umana, che per un tempo inimmaginabile è esistita in perfetta solitudine nelle Americhe e che ha iniziato a incorporare in sè (letteralmente o quasi) l'uomo bianco sin dal suo arrivo in quel continente (la zona  è abitata dagli indiani, cioè dai pellerossa, cioè dai nativi americani, che però sanno come evitare tale entità).
 In questo scenario, il  rapporto tra i due fratelli, inizialmente simile a una zavorra reciproca di cui entrambi vorrebbero liberarsi, viene analizzato e fatto evolvere in parallelo allo svelarsi del mistero soprannaturale, finchè non sfocia in una soluzione che evita felicemente le due trappole della banalità: la stucchevolezza e la violenza.

 La produzione indipendente significa ovviamente uno stanziamento modesto per gli effetti speciali, il che a sua volta dimostra che una storia dell'orrore valida non ne ha davvero bisogno.
 Il film brilla per via dell'uso creativamente simbolico delle scenografie convenzionali, nonchè per una serie di suggestive trovate visive, ottenute con un'idea azzeccata e uno sforzo digitale minimo che conferiscono alla narrazione un tono surreale in crescendo, che funge da efficace cornice alla componente epico-storica del mistero che si annida nelle foreste di questo angolo sperduto degli Stati Uniti d'America. E' inevitabile, per certi aspetti, paragonare la resa della visione cosmica di questo film al mistero alla base del famoso telefilm "Lost": visioni impossibili, resti di abitazioni o accampamenti con tracce criptiche di oscuri eventi passati, oggetti antichi che portano con sè un messaggio da decifrare, e la generale affermazione che ogni cosa intorno a noi abbia un significato recondito, nascosto dietro un'apparenza banale. La differenza sta nel fatto che, mentre in "Lost" questa visione si perde per strada, e si conclude con una dichiarazione di resa degli autori, in questo film essa giunge a compimento e si rivela nella sua completezza.


 Lo spettatore che ha la capacità di adattarsi al placido e anticlimatico ritmo narrativo, nel quale si mescolano il realistico e l'onirico, si rende rapidamente conto di come la costruzione narrativa punti sulla solidità della sostanza (come in "Primer") e sul piacere della scoperta progressiva della trama, invece che sulla superficialità sensazionalistica e commerciale dello spavento a tutti i costi. E' quindi un film lontano dall'approccio superficiale delle produzioni dozzinali del cinema di massa, da sconsigliare calorosamente a chi si aspetta di fare un salto sulla sedia ogni due minuti, e soprattutto a chi si aspetta una narrazione preconfezionata e stereotipata in cui sin dall'inizio di capisce dove si andrà a parare.

Una regia intelligente, che sfrutta le tecnologie moderne per proporre suggestive e significative inquadrature aeree, si affianca a dialoghi generalmente asciutti e mirati, poco propensi allo spiattellamento di spiegazioni e teorie, ma anche capaci di improvvisi cambiamenti di registro e stile, quando il personaggio e il momento lo richiedono. Memorabile, con tocchi deliberatamente umoristici che spaventano (!) lo spettatore impreparato, è il momento della rivelazione del significato degli eventi in corso.

 Il film riprende tematiche e persino personaggi di "Resolution" (2012), degli stessi creatori.

Recensione di "Resolution" su Bollalmanacco.



 In "Resolution", è Mike Danube a entrare in una zona controllata dall'entità, per costringere il proprio miglior amico a disintossicarsi dal crystal meth, trascorrendo una settimana intera incatenato alla parete di una baracca. In questo periodo, Mike incappa in indizi e "messaggi" dell'entità, tutti sotto forma di fotografie, dischi di vinile, videocassette e simili, in un crescendo parossistico di situazioni inesplicabili, fino alla rivelazione finale che segna il destino di entrambi gli amici.

La fondamentale differenza rispetto a "The Endless" sta nel fatto che "Resolution" non dà alcuna spiegazione sull'entità, ma si concentra sull'idea delle nostre vite come narrazione diretta da qualcun altro: persino Mike si accorge, di tanto in tanto, che qualcuno lo sta "inquadrando", e che la "pellicola" su cui la sua vita viene filmata è arrivata alla fine del rotolo (citando quindi capostipiti come "The Blair Witch Project" e "The Ring", ma portando il loro discorso verso nuovi territori).
 Lo stile del disvelamento del mistero è comunque lo stesso, anche se declinato in modi diversi (Mike scopre, per esempio, supporti mnemonici con possibili finali alternativi alla propria vicenda, e riesce quindi a sventarli), e ciò fa emergere un altro parallelismo con "The Endless": in entrambi i film, i protagonisti sono due giovani uomini, fratelli in un caso e grandi amici nell'altro, caratterizzati da una rara e profonda umanità che li porta ad agire sempre e comunque in modo pacato, sobrio e di grande empatia; nessuno di loro fa mai uso di violenza, e neppure dà mai in escandescenze; davanti alle peggiori manifestazioni di un'umanità abbrutita (gli spacciatori di crystal meth, la mafia indiana, lo stesso amico tossicomane che diventa aggressivo), la loro risposta è sempre e solo quella della civiltà e della decenza (persino quando Mike usa un taser!).
 Nel panorama cinematografico odierno, questo aspetto è più unico che raro, e offre una rinfrescante alternativa alla narrativa fortemente ideologica di Hollywood e dei telefilm che si accodano. Il risultato è un film dell'orrore unico nel suo genere, capace di mescolare l'enigma cerebrale alla finta metanarrazione, la tossicodipendenza alla cronaca del degrado sociale delle nazioni capitaliste, le conseguenze dei grandi eventi della Storia alle fasi di sviluppo della tecnologia dell'informazione.

 Non ci sono ovviamente celebrità in questo film, ma i produttori e registi e scrittori Justin Benson e Jason Moorehead dimostrano un certo mestiere nell'impersonare gli omonimi Justin e Aaron di "The Endless" (con apparizione breve in "Resolution" che indica l'esistenza di un solido piano narrativo sin dall'inizio): l'omonimia sarà forse indizio di una componente autobiografica?
 E' più articolato, invece, il curriculum di Peter Cilella, che dà credibilmente vita al positivo e altruista Mike di "Resolution"), bilanciando l'ostinazione, la curiosità, il buon cuore e la tenacia richiesti dalla sceneggiatura. E' invece un altro artista molto indipendente Vinny Curren, che nei panni dell'amico tossicomane ne descrive la parabola di dipendenza con efficacia, alternando momenti di sincera commozione ad altri di subdola perfidia e malvagia schiettezza dettate dall'astinenza.

domenica 1 marzo 2020

"Cowboys & Aliens" (2011)

 "Cowboys & Aliens" (2011), diretto da Jon Favreau e basato sul fumetto omonimo di Scott Mitchell Rosenberg (il fondatore della Malibu Comics), è un ibrido di due generi, cioè il western e la fantascienza, proprio come promette il titolo.

Scheda di Cowboys & Aliens su wikipedia

 L'ex criminale amnesiaco Lonergan e l'ex colonnello Dolarhyde, ora allevatore di bestiame, (entrambi con un passato assai discutibile) devono assemblare un'eterogenea banda di disperati (il predicatore, l'inetto barista-medico, il bambino, la donna volitiva, i delinquenti bianchi, i messicani, gli Apache superstiti) per braccare mostruose creature su veicoli volanti che hanno rapito i loro cari e che danno a loro volta la caccia all'oro. Durante il tragitto, violenti scontri a fuoco assai impari con i "demoni" (perchè un cowboy non sa cosa siano gli alieni) costringeranno gli umani a fare i conti con loro stessi e col proprio passato, fino al conflitto e alle rivelazioni finali.

 Lungo 118 minuti e dotato di due celebrità come Daniel Craig e Harrison Ford, questo film coniuga l'epopea della frontiera americana (in particolare la corsa all'oro, nel Nuovo Messico, nella seconda metà del 1800) e la fantascienza dallo stile barocco di H. G. Wells (non a caso, il suo "La guerra dei mondi" è del 1897), sfruttando a piene mani le caratteristiche e i luoghi comuni di entrambi i generi, e invertendoli dove necessario: ecco quindi il duro e silenzioso fuorilegge che però si è redento (a carissimo prezzo, come da puritana regola della narrativa statunitense) e che ora brandisce, unico tra tutti, un'arma aliena che risponde alla sua mente, ed ecco anche che gli alieni, pur capaci di compiere viaggi interstellari, sono sulla Terra a scavarne le rocce, per cieca bramosia del rarissimo metallo che noi chiamiamo oro.

 Dalla sua il film ha una bella fotografia, gli stupendi panorami selvaggi che vanno dalla vastità dei deserti alle profondità dei canyon, le suggestive acrobazie ed evoluzioni a bordo delle navette aliene,  l'azione delle sparatorie e battaglie a cavallo, la colonna sonora tipicamente western, alcuni validi attori che si trovano perfettamente a loro agio nei ruoli assegnati, un moderato tocco di umorismo che non svilisce i personaggi, la pulizia dei dialoghi, l'intelligenza delle scenografie e le caratterizzazioni che si definiscono coerentemente con lo svilupparsi della narrazione. La trama è solida e la sceneggiatura ne gestisce ogni aspetto, senza lasciare fili sciolti.
 Eppure, qualcosa non funziona come dovrebbe: nonostante le misurate e colte citazioni ai classici di entrambi i generi coinvolti, nonostante la narrazione da manuale, il film non riesce a fare presa sullo spettatore.
 Come mai?
 Sebbene questo sia un film hollywoodiano mirato a sbancare al botteghino (come dimostra la battaglia per i diritti sul fumetto, combattuta nel 1997 tra due diverse case cinematografiche), il regista compie scelte narrative che non appagano lo spettatore medio(cre) di questo genere di pellicole, ma parlano invece al lettore di fumetti, abitualmente più cerebrale, e non solo per le suddette citazioni, ma anche per i meccanismi narrativi, tra i quali c'è sicuramente materiale tipicamente cinematografico (il medico inetto che infine si riscatta), ma c'è anche e soprattutto la citata ottica puritana, secondo cui il cattivo che vuole redimersi deve anche pagarne il prezzo (si veda per esempio la reazione del pubblico al mutamento del supercriminale Magneto nei fumetti della Marvel, quando lo sceneggiatore Chris Claremont lo portò tra i "buoni"). Ciò spiega l'inadeguato riscontro nelle sale, ma perchè lo spettatore d'elite (nel senso degli appassionati di fumetti) resta a sua volta insoddisfatto?
 Sarà per la lentezza delle sequenze di caratterizzazione dei personaggi, le cui conversazioni col cuore in mano risultano anche un po' stucchevoli? Sarà perchè tutti i "cattivi" umano, alla fine, non sono pèoi così cattivi? Sarà perchè l'uso di così tanti stereotipi finisce per dare l'impressione di un esercizio di stile che suona privo di sincerità? Sarà che l'innegabile intelligenza narrativa di fondo finisce per togliere spontaneità ed entusiasmo a una narrativa (quella western) che invece richiede un approccio più istintivamente epico, nonchè di pancia?
Oltre ai già citati Daniel Craig e Harrison Ford, che interpretano rispettivamente i personaggi archetipi dell'enigmatico straniero dagli occhi di ghiaccio e del potente allevatore di bestiame, cinico e dittatoriale, che però stravede per la famiglia (estendendola addirittura a un indiano, cioè, volevo dire "a un nativo americano"), spicca la presenza di una bellissima Olivia Wilde, che proprio per la sua raffinatezza estetica, è in apparenza una nota stonata nel gruppo di personaggi luridi e squinternati a cui si unisce (ma solo in apparenza, appunto: questo è invece un indizio rivelatore della sua effettiva natura, che si palesa durante il colpo di scena, tipico della narrazione fantascientifica, che si svolge all'incirca a due terzi del film).
Nell'ambito del fumetto supereroistico statunitense, il progetto di "Cowboys & Aliens" potrebbe dovere qualcosa all'albo 272 di Fantastic Four (vol.1) del 1984, dove l'avventura intitolata Cowboys & Idioms metteva in scena un mondo alternativo in cui una nuova frontiera western si mescolava a tecnologie futuribili fortemente ispirate anche a "La guerra dei mondi", tanto che la scena del film in cui lo stormo di velivoli alieni sfreccia sul deserto sembra una trasposizione della scena del fumetto in cui un gruppo di "valchirie" ipertecnologiche sopraggiunge su un panorama simile.
Come nota di colore finale, vale la pena di menzionare che la casa editrice Bonelli declinò la proposta di fare del suo personaggio di Tex Willer il protagonista di questo film: l'associazione del fumetto di Tex alla fantascienza non deve stupire i profani, dato che il creatore di questo personaggio ha proposto sin dagli inizi della serie una spiccata propensione alla commistione di generi, e Tex non è estraneo agli incontri con creature di altri mondi.








martedì 25 febbraio 2020

The Aviator (2004)

 "The Aviator" (2004), diretto da Martin Scorsese e scritto da John Logan, è un dramma biografico sulla vita dell'imprenditore, regista, aviatore e produttore cinematografico Howard Hughes jr. (1905-1976).
 Tra gli anni 1920 e il 1947, segnato da una fobia per i germi probabilmente indotta da un'epidemia di colera verificatasi durante la sua infanzia, Howard Hughes usa l'enorme fortuna di famiglia per inseguire le proprie ossessioni aeronautiche e cinematografiche, mietendo successi e incassando sconfitte, mentre colleziona storie d'amore (più o meno vere) con grandi donne del cinema come Katharine Hepburn e Ava Gardner. Oltre al suo disturbo ossessivo-compulsivo, che cresce fino a sopraffarlo periodicamente, Hughes deve anche fare i conti con la devastazione del suo fisico causata da terribili incidenti di volo, durante il collaudo degli aerei che progetta.

 Con una regia, una narrazione e una fotografia di sicura garanzia, grazie al nome di Martin Scorsese, questo bizzarro film sceglie un'ottica narrativa ben precisa per raccontare la variegata lotta sociale e personale che Howard Hughes condusse sin da giovane, ed è questa decisione a determinare il gradimento dello spettatore, perchè Scorsese prende quasi sempre le parti dell'imprenditore contro il resto del mondo, sorvolando sugli aspetti più oscuri del personaggio (la sifilide che gli corrodeva la mente) e celebrando trionfalmente i suoi (oggettivamente notevoli) successi nell'ingegneria aeronautica e nelle battaglie politiche (lui stesso fu un corruttore, ma andò contro un Congresso che aveva la pretesa di volerlo colpire pur essendo a propria volta corrotto da altri imprenditori).
 Se quindi, nella pellicola, l'imprenditore brilla nel campo del cinema e dell'industria, e l'uomo sprofonda nel vortice di una psicosi declinata in modi atroci, è anche vero che il contesto in cui si muove (i favolosi anni 1920 e successivi), pur essendo mirabilmente ricostruito in ambientazione, costumi, musica e iconografia, risulta allo stesso tempo curiosamente falso, come una parodia stilizzata in cui tutti i comprimari sono figure quasi caricaturali che recitano in un'epoca fittizia e idealizzata (il personaggio di Errol Flynn è il più rappresentativo di questa categoria). Sembra quasi che Scorsese voglia affermare che Howard Hughes sia l'unico essere umano "vero" di quella vicenda, l'unico di cui valga la pena raccontare le vicissitudini di quei decenni, con due sole eccezioni nelle belle figure dell'affascinante ed eccentrica Katharine Hepburn e della volitiva e seducente Ava Gardner.
 Se però si sceglie l'interpretazione più negativa del senso dell'opera, e cioè quella della metafora critica del sogno americano, ecco che il film acquista un altro significato, come se Hughes fosse lo specchio della sua stessa nazione: negli USA, non solo è tutto finto, ma si trasforma progressivamente in un incubo, a prescindere dai grandi successi di chi ci vive.

 Sul versante degli attori,  se Cate Blanchett e Kate Beckinsale lasciano un segno con la loro elegante e incisiva interpretazione delle memorabili Katharine Hepburn e Ava Gardner (in particolare, Cate Blanchett merita di essere ascoltata in lingua originale), non si può dire altrettanto del protagonista Leonardo DiCaprio, che pure ci mette tutto se stesso nell'interpretare una figura complessa e problematica come Howard Hughes: forse è la voce stridula e da ragazzino di DiCaprio, che non gli riesce di camuffare tanto facilmente; forse è l'aspetto troppo patinato, anche quando dovrebbe "fare spavento" (come nella lunga sequenza in cui Hughes, in preda ala sua ossessione psicotica, si rinchiude nella propria villa, nudo, senza pià radersi, intento a collezionare urina in bottiglie), ma il personaggio di Hughes risulta riuscito solo a metà, e cioè nella componente dei dialoghi e dell'interpretazione, che però viene sminuita da una levigata estetica "da pupetto" che nessun trucco riesce a smorzare.
In parti più o meno secondarie compaiono anche nomi come la cantante Gwen Stefani (Jean Harlow), il versatile Jude Law (Errol Flynn), Alec Baldwin (l'imprenditore Juan Trippe), che svolgono con impegno il loro ruolo, probabilmente divertendosi nell'assecondare le ambizioni di Scorsese e nel fare da contorno al concentratissimo DiCaprio.

Con la sua durata di 170 minuti, il film potrebbe spaventare per la potenziale pesantezza narrativa, ma la sua narrazione-fiume ha la capacità di scorrere con l'arguta leggerezza della cronaca scandalistica (che è ovviamente fondamentale per un film biografico e voyeuristico), tenendo desta l'attenzione proprio sfruttando la curiosità dello spettatore per il pettegolezzo pruriginoso. E mentre così lo alletta, il film gli illustra subdolamente un intero tessuto sociale storico, dalla corruzione dell'industria a quella della politica, dalla vacuità del jet set statunitense alle storture del capitalismo, dagli anni 1920 alla Seconda Guerra Mondiale, dalle commistioni tra finanza e scandali agli inconfessabili giochi di potere che accompagnarono la nascita della globalizzazione.

 Il perverso e voyeuristico fascino che le sequenze dedicate agli apici psicotici di Hughes esercitano senza dubbio su chi ha i l gusto dell'orrido e del morboso, si amplifica a dismisura se lo spettatore è anche un appassionato della serie The Simpsons, e quindi si ricorda con entusiasmo dell'episodio 10 della stagione 5, $pringfield (Or, How I Learned to Stop Worrying and Love Legalized Gambling), nel quale il signor Burns si fa cogliere da megalomania imprenditoriale, costruendo un favoloso casinò, ma sviluppa una germofobia ossessiva e si dedica alla progettazione di aerei.
 E' sia esilarante che disturbante riconoscere elementi cruciali del film nelle scene animate interpretate da Burns. Il suo modellino si chiama "spruce goose", in italiano "elefante elegante", cioè "oca di legno", come era spregiativamente chiamato il colossale Hercules progettato da Hughes. Ci sono scatole di fazzoletti di carta ovunque, anche sui piedi del signor Burns, perchè coi fazzoletti usa-e-getta Hughes evitava il contatto coi germi. E quando finalmente Burns decide di gettare tutte quelle carabattole, Smithers gli chiede "E i campioni di urina?", e Burns risponde "Quelli li teniamo", in riferimento a come Hughes conservasse la propria urina in bottiglie del latte. Divertimento memorabile.


domenica 16 febbraio 2020

"Snowden" (2016)

 "Snowden" (2016), diretto da Oliver Stone con sceneggiatura di Luke Harding (autore del libro The Snowden Files) e Anatoly Kucherena (autore del libro Time of the Octopus), è un film biografico e drammatico che racconta come Edward Snowden, lavorando per la CIA e la NSA a vario titolo, nel 2013 giunse alla decisione di denunciare pubblicamente l'abuso che le agenzie commettevano (e commettono tutt'ora?) intercettando e raccogliendo da internet ogni possibile informazione privata, contenuti di chat ed email compresi, sui cittadini di tutto il mondo.


 La storia di Edward Snowden, che ha occupato le cronache per mesi, è ben nota: gli Stati Uniti non gradiscono di essere stati colti con le mani nel sacco, mentre acquisiscono qualunque tipo di dato telematico internazionale per garantire la propria egemonia mondiale con ogni mezzo (dagli omicidi tramite droni ai ricatti), e trasformano quindi un occhialuto nerd millenniale, biondino ed educato, nel nemico numero, riservandogli un trattamento feroce degno di un terrorista,  finchè questi non trova rifugio in Russia.

 Genio informatico e "smanettone", definito dagli amici "un po' un automa", Snowden era cresciuto a pane e patriottismo, e nel suo fervore idealistico, nutrito dalla ben nota propaganda nazionalista statunitense, si era arruolato nelle Forze Speciali dell'Esercito Statunitense, convinto di dover fare la propria parte per liberare il resto del mondo dall'oppressione, portando la salvezza della democrazia. Fallita questa esperienza per motivi di salute, aveva offerto la propria, brillante mente alla nazione, lavorando per CIA e NSA, e sviluppando interi sistemi di sorveglianza elettronica, senza mai rendersi pienamente conto del potenziale negativo di simili strumenti. La sua ingenuità era tale da fargli guadagnare il soprannome di Snow White (Biancaneve) da parte dei suoi ben più smaliziati colleghi. Successive esperienze, fatte più o meno sulla propria pelle, lo condussero ad attriti con certi colleghi ambiziosi e spregiudicati, che usavano le informazioni carpite in segreto senza alcuno scrupolo verso le vite che distruggevano. Nel 2013, ci fu la proverbiale goccia che lo spinse a mollare tutto e a denunciare il comportamento di NSA e CIA, colpevoli di aver tradito lo spirito non solo della Costituzione degli Stati Uniti, ma anche tutti gli ideali dello stesso Snowden, che fino a quel momento aveva tenuto duro (anche a prezzo della propria salute), proprio nella convinzione di dover continuare a impegnarsi per garantire la sicurezza del proprio paese, a prescindere dalle mele marce in cui si imbatteva.

 Inevitabilmente, il regista Oliver Stone si è tuffato a pesce nell'occasione di narrare per immagine una vicenda intrisa di elementi in perfetta risonanza con le sue passioni socio-culturali e intellettuali, sposando senza esitare la causa della versione raccontata da Snowden: mentre altri critici hanno messo in dubbio l'onestà intellettuale del personaggio (che è comunque il creatore consapevole di molto del software di cui poi la NSA ha abusato), Stone crede invece allo Snowden idealista, con gli occhi pieni delle stelle e delle strisce della bandiera USA, forse un pochetto autistico, convinto di agire nell'interesse di tutti, e fondamentalmente incapace di concepire che nell'ambiente dello spionaggio si possano muovere personaggi meno che patriottici o addirittura disonesti.
 A riprova di ciò, Stone pone l'accento sullo spirito di sacrificio di Snowden, la cui abnegazione è tale da portarlo a immolare anche il proprio corpo sull'altare del dovere, prima distruggendosi le ossa delle gambe nelle Forze Speciali e poi rifiutando i medicinali per controllare l'epilessia, in quanto lo privano della lucidità necessaria per il proprio lavoro di informatico: come può qualcuno che dedica tutto se stesso alla causa, ci dice Stone, non essere sincero?
 Anche i colleghi di Snowden, in almeno due casi, sembrano essere stati consapevoli della peculiare ingenuità e sincerità del soggetto, tanto da volerlo aiutare e proteggere con discrezione: è il caso del personaggio interpretato da Keith Stanfield, che occulta la scheda microSD di Snowden con i dati trafugati prima che venga vista dai loro superiori, oppure dell'esperto di spionaggio elettronico Ben Schnetzer, che mostra a Snowden come funziona veramente il mondo in cui è immerso, e gli consiglia di fuggire prima che la sua crescente resistenza interna venga scoperta.

 Nel percorso di risveglio della coscienza di Snowden, Stone esalta il progressivo risveglio  dell'idealista che fa i conti con la realtà, ma ha anche cura di non dipingerlo come un ingenuotto che non ha capito nulla di come funziona il mondo: infatti, con l'intelletto che si ritrova, Snowden è in grado non solo di formulare (con mirabile proprietà di linguaggio) una denuncia del sistema, ma anche di montare una controffensiva che scoperchi il nido di vermi, mettendone a nudo gli inconfessabili segreti per dare al popolo la libertà di scegliere tra i diritti e la sicurezza, invece che subire le decisioni prese da altri. E' questa la vera essenza della Costituzione statunitense, è questo il vero spirito degli USA, ed è così che Stone smentisce i livorosi personaggi che lo accusano di non amare la propria patria, mostrando cone questi siano incapaci di accettare che qualcuno la voglia criticare per rimuoverne le storture e gli errori.

 Molto esplicita nelle metafore e nei paralleli (come il drone che precipita nel bel mezzo della festa hawaiiana, o la freddezza di Snowden quando va a caccia), la regia contrappone, con una fotografia limpida e luminosa, le ambientazioni naturali a quelle tecnologiche e claustrofobiche delle basi super-sicure di NSA e CIA, seguendo esclusivamente la parabola del protagonista, tramite il quale si scopre quanto necessario sui comprimari.
 La narrazione segue il classico schema della sequenza temporale portante ambientata nel presente (Snowden, già in fuga, incontra alcuni giornalisti investigativi in un albergo di Hong Kong) che si alterna alle sequenze della sua vita lavorativa passata che espandono le rivelazioni che lui fa progressivamente.

 Tra le numerose facce note degli attori, come il Ben Schnetzer del telefilm "The Truth About the Harry Quebert Affair" e Zachary Quinto e il figlio di Clint Eastwood, spicca per impegno e bravura l'attore protagonista, Joseph Gordon-Levitt.
 Gordon-Levitt incarna mirabilmente le peculiarità del personaggio di Snowden, coniugando la sua razionale e fredda pacatezza nell'approcciare la vita (o la sua "roboticità", come dice Snowden stesso) e i suoi sentimenti più profondi e mai esplicitati in modo emotivo, dal senso dell'etica e del dovere verso la patria (o meglio, verso i cittadini) all'amore che lo lega alla sua compagna: si tratta di una personalità atipica, rara, lontana dai canoni superomistici statunitensi e hollywoodiani, ma nello stesso tempo facilmente convogliabile nel solco squisitamente statunitense dell'eroe involontario e altruista, che una volta aperti gli occhi fa infallibilmente la cosa giusta.
 Sempre estremamente serio e riflessivo, il personaggio di Gordon-Levitt contribuisce a rafforzare la paranoica tensione che permea sottilmente tutta la storia: insieme all'ossessione di essere costantemente spiati, c'è infatti anche la gravità con cui Snowden vive il compromesso quotidiani tra i diritti del cittadino e gli abusi a fin di bene compiuti dalla NSA. E' quindi incredibilmente catartico e travolgente il momento in cui Snowden, dopo aver finalmente voltato le spalle a queste organizzazioni corrotte e deciso di smascherarle, si lascia andare in un liberatorio sorriso che simboleggia esplicitamente la rimozione del fardello morale che lo opprimeva. E' questo il momento in cui la soffocante tensione del film, che grava sullo spettatore col terribile peso della consapevolezza che l'argomento è atrocemente reale, si scioglie per dare una svolta redentrice, epica e piena di speranza, declinata dai limpidi e intelligenti dialoghi con cui Snowden (imbranato nella vita privata, ma incisivo e chirurgico sui mezzi di comunicazione) illumina letteralmente l'intera vicenda, spazzando via le menzogne del governo USA come un raggio di sole che perfora le nuvole. Stone sa benissimo che, sulla lunga distanza, CIA e NSA stringeranno semplicemente il laccio dei loro consulenti informatici, ma almeno per ora decide di chiudere con un finale di speranza, in cui confida che ci sarà sempre una persona con un minimo di decenza e umanità a dire di no alle perversioni in cui gli psicopatici a capo di aziende governative e multinazionali finiscono per trascinare tutti.

 Sorpresa finale: nell'ultima intervista che Snowden rilascia, Gordon-Levitt cede il posto al vero (e genuinamente più imbranato come attore) Edward Snowden, chiudendo il film con una accentuazione della componente documentaristica, a ricordarci che, per quanto ben filmato e diretto, ciò che abbiamo visto è tutto vero, e non avrà mai fine, non importa quanto noi si possa vigilare. 

giovedì 6 febbraio 2020

"Oblivion" (2013)

 "Oblivion" (2013), scritto e diretto da Joseph Kosinski, è un film di fantascienza avventurosa di grande effetto visivo, fortemente concentrato sulla figura del protagonista, un tecnico che manutiene la tecnologia su una Terra spopolata e devastata, finchè non smaschera le menzogne alla base della propria esistenza.


 Nel 2077, il tecnico-49 Jack racconta di essere uno dei pochi esseri umani rimasti sulla Terra, devastanta da una guerra senza quartiere contro invasori alieni chiamati Scavengers (sciacalli). Quelli come Jack, coordinati da una stazione orbitale chiamata Tet, si occupano dellla manutenzione e protezione delle idrotrivelle, colossali macchinari che prelevano l'acqua degli oceani per alimentare la fusione nucleare che sostenta il resto dell'umanità, trasferitasi su Titano, una delle lune di Saturno. Dopo essere sopravvissuto a un incontro con gli Scavengers che ancora infestano la superficie, Jack scopre che gli alieni hanno attirato sulla Terra una capsula di salvataggio contenente astronauti umani, rimasti ibernati sin da prima della guerra. Inspiegabilmente, questi astronauti sono sterminati dagli stessi droni da guerra che Jack manutiene quotidianamente e che fungono da guardiani delle idrotrivelle contro gli assalti degli Scavengers superstiti, Da questo momento, la vita di Jack cambia radicalmente, vedendo crollare tutte le premesse su cui era fondata.

 Ideato e diretto dallo stesso regista di "Tron: Legacy", questo film sfoggia fondamentali cifre stilistiche comuni, dall'algida narrazione che procede senza alcuna fretta, agli sterminati e desolati panorami disabitati in cui il protagonista si avventura durante l'epopea, passando per le vertiginose prospettive dell'asettico e perfetto appartamento ipertecnologico in cui abitano i protagonisti, collocato sopra le nuvole tempestose del pianeta. E' un fascino gelidamente elegante e stilizzato, quello che promana da questo immaginario di un futuro distortamente orribile, ma nello stesso tempo raccontanto con una rassicurante calma impersonale che consente allo spettatore di metabolizzarne gli aspetti angoscianti e di concentrarsi invece sul magnetismo ipnotico dell'esplorazione di un mondo divenuto nuovamente estraneo alla specie che lo dominava.
 Ambientazione e trama hanno ben poco di originale, ma è la confezione a fare la differenza, così ricercatamente fredda nella fotografia, nella limpidezza dei colori (anche nel deserto, sembra fare freddo) e nella purezza distaccata della colonna sonora elettronica (altro elemento che riporta a "Tron: Legacy").
 Altrettanto familiare è la definizione del protagonista. Non stupisce apprendere che Tom Cruise si sia interessato al progetto sin da prima del 2011, e abbia contribuito alla caratterizzazione del protagonista: il tecnico-49 Jack è un inconsapevole eroe per natura, che condivide con Cruise passioni quali la motocicletta (uno dei prodigiosi veicoli del futuro che Jack pilota con maestria), e che vive un'avventura disperata ed epica, da nobile guerriero solitario contro l'intero mondo, con toni che oscillano continuamente tra "La guerra dei mondi" (2005) e "L'ultimo samurai" (due film ben noti per essere stati fortemente plasmati dal divismo di Cruise).
 Anche in questo caso, l'usato sicuro funziona: Tom Cruise dà vita a un eroe d'azione che è anche astutamente rassicurante con la sua umanità e la sua innata bussola morale, compiacendo lo spettatore con il classico epilogo in cui l'uomo trionfa sempre sulle macchine, non importa quanto intelligenti, grazie al vantaggio di provare sentimenti d'amore che neppure la scienza più radicale può cancellare.

 Per gli appassionati di fantascienza realistica, lo scenario descritto da Jack risulta implausibile (e quindi sospetto) sin dall'inizio: l'idea che l'umanità, dopo una guerra globale, abbia le risorse per trasferirsi in massa fin su Titano (lontanissima luna di Saturno) è poco plausibile; che l'umanità, una volta giunta fin là, abbia bisogno proprio di prelevare acqua dalla lontanissima Terra per usare la fusione nucleare, è ridicola (l'idrogeno è presente in grande abbondanza ovunque, nel sistema solare; si stima che il 75% di Saturno sia composto da idrogeno). Ma è proprio la consapevolezza di questa falsità di fondo che aumenta il coinvolgimento nella visione, spingendo lo spettatore a notare consapevolmente tutte le piccole bizzarrie che indicano che qualcosa non torna, in questo scenario post-apocalittico gestito con la metodica organizzazione di un'azienda all'avanguardia. E quando finalmente tutti i pezzi del rompicapo vanno al loro posto, è ancora più stimolante cercare di immaginare una possibile soluzione che derivi dai pochi mezzi a disposizione degli umani superstiti (tra cui, ovviamente, la scaltrezza inspiegabilmente superiore e il cuore dell'uomo).

 Incentrata com'è sul personaggio interpretato (e definito) da Cruise, la trama non concede molto spazio ai comprimari, nonostante nomi quali quello di Morgan Freeman e di Olga Kurylenko, i quali si limitano a svolgere un compito funzionale al risveglio o alla realizzazione dell'eroe. Gli sviluppi, quindi, ristretti al solo personaggio di Jack, sono necessariamente lineari, per quanto di portata cosmica; l'azione è adeguatamente bilanciata e mescolata allo sviluppo del mistero che ruota intorno al vero destino della Terra e dell'umanità, e contribuisce a definire la caratterizzazione dei personaggi, per altro abbastanza schematica, anche se con il progedire della storia si comprende come in certi casi essa debba essere obbligatoriamente tale. Apparentemente confinata proprio a questo tipo di ruolo stereotipato e secondario, Andrea Riseborough svolge in realtà un efficace lavoro nello sviare lo spettatore, che cade nella trappola di classificarla come l'ennesimo "luogo comune" sulla moglie che attende a casa il marito che lavora.

 Come già si era capito in "Tron: Legacy", l'estetica visuale è un feticcio principe del regista, che in questo film ha dato a se stesso l'opportunità di scatenarsi con visioni planetarie di fortissimo impatto concettuale. Tra panorami immensi e surreali, dove piramidi capovolte fluttuano sopra gli oceani morenti, e ricurve tecnologie veicolari si dispiegano con leggerezza nei cromatismi del bianco e delle sfumature di grigio-azzurro , la visione più memorabile è probabilmente il bagno notturno nella piscina dal fondo trasparente, sospesa al di sopra di un tumultuoso cielo colmo di nubi ribollenti di lampi: un trionfo di immaginazione futuristica, lineare e pulita, grandiosa e trascinante, nella sua impossibile e fredda perfezione.

 E' stato osservato che, contrapponendo la tecnologia malvagia all'uomo "primitivo", con questo film Joseph Kosinski sembra regredire, e rinnegare la filosofia transumanista del suo precedente "Tron: Legacy", dove invece è una tecnologia estremamente avanzata a generare le nuove forme di vita del futuro, in un ambiente del tutto artificiale.
 Ma "Tron: Legacy" è del 2010, e non è stato scritto da Kosinski, mentre l'idea di "Oblivion" è opera sua, ed esiste sin dal 2005 (in forma di racconto breve): che sia questa, la visione più intima del regista?